ELEONOR
o canto d'amor cortese
o canto d'amor cortese
Un Angelo, l'altra metà del cielo, il paradiso venuto in terra per immediatamente porsi appena un passo oltre a dove l'uomo può arrivare.
Questo vide in lei, l'essenza della perfezione, niente a che vedere con chi l'aveva preceduta, che fosse una ragazza di cui si ricordava ancora il nome, che aveva amato ed odiato come Aeren, o una semplice compagna di una notte o due, per sopportare meglio le lunghe e dure notti della campagna militare.
La sua pelle appariva alla vista delicata e liscia come i petali di una rosa, nei suoi occhi credette di vedere l'infinito e sotto le vesti leggere, che nel pieno della luce lasciavano intravedere il corpo che nascondevano intravide coò che di più perfetto Dio poteva aver creato.
In quella perfezione vide una ragione per sopportare tutto il male che lo circondava, in quel candore vide tutta la limpidezza necessaria per pulire quel marciume, in essa vide le stelle come non le aveva mai viste, in essa vide le ragioni del cielo e della pioggia, il pianto degli angeli che erano afflitti per non averla con loro.
Nel suo contegno, nella sua alterigia vide quella sobrietà che tanto mancava alla società che lo circondava.
Nelle sue vesti candide e semplici vide la probità di una vita fatta delle cose importanti delle vita, senza eccessi ne sprechi.
In essa vide la parsimonia, la bellezza e tutte le virtù che una donna può avere, senza che fossero macchiate da nessuno vizio, come la candida neve, in cui nulla c'è che non sia bello o perfetto, in cui nulla c'è che non sia bianco ed immacolato, perfetto e puro, come il giorno che Dio lo creò.
L'amore, la completezza stella dell'universo, ciò che porta due anime vagabonde, erranti per la terra, sole e sconsolate a trovarsi ed unirsi non per continuare un cammino di dannazione e afflizione ma per poter al fin volare in cielo congiungendosi con le anime elette da Dio o dall'amore.
L'amore, qualcosa che lo portò a dimenticare di continuare a pensare all'IO, al ME, ma lo spinse tra le braccia del LEI o di tacite preghiere perchè si potesse giungere prima o poi finalmente ad un insperato, ma sognato NOI.
La cercò, come l'assetato cerca una sorgente, come il sofferente cerca il ristoro per i propri mali, la cercò come l'innamorato cerca l'altra metà del cuore che ha lasciato inconsapevolmente per terra e che qualcuno altrettanto inconsapevolmente ha raccolto.
Andò alle feste, si fece fare nuovi uniformi in lucido velluto nero.
Cercò di imparare a cantare e a scivere sonetti per lei.
Si vestiva con cura, cerchò di essere alla moda fino al limite concesso dal suo senso del pudore, senza accorgersi qualche volta di oltrepassarlo.
I compagni lo guardavano stranito, i più vecchi capendo, compativano le follie dell'amore.
Cerco di attrarre la sua attenzione, cercò di discorrere con lei una volta che entrò in confidenza con lei, fece quei regali che le sue piccole entrate da soldato gli permettevano.
Quando camminava con lei faceva sfoggio di medaglie e decorazioni, cosa che prima non aveva mai fatto.
Sorrideva e cercava di essere spiritoso, cosa che lasciava alqaunto perplesso Wilfred che mai l'aveva visto in un simile stato.
Poi la primavera si mutò in estate e l'estate in autunno, qualche rosa ancora cresceva sui roseti e lui andò da lei, sua unica arma un delicato fiore bianco, cercando quel coraggio che aveva avuto sempre, che mai gli era mancato in battaglia e che ora sembrava essere saprito.
Cosa si dissero non lo so.
So che il celo era grigio e publeo, carico di pioggia, e questo perlomeno nascose le lacrime che sicuramente bagnarono le guance diq uel duro guerriero dopo che Sebastian vide la sua rosa cadere a terra e venire calpestata senza troppo considerazione.
Quello che gli rimase nella testa era come un ritornello:
"Tu non sei nobile, tu sei come il fango, qualcosa che mi sporcherebbe i vestiti"
Questo vide in lei, l'essenza della perfezione, niente a che vedere con chi l'aveva preceduta, che fosse una ragazza di cui si ricordava ancora il nome, che aveva amato ed odiato come Aeren, o una semplice compagna di una notte o due, per sopportare meglio le lunghe e dure notti della campagna militare.
La sua pelle appariva alla vista delicata e liscia come i petali di una rosa, nei suoi occhi credette di vedere l'infinito e sotto le vesti leggere, che nel pieno della luce lasciavano intravedere il corpo che nascondevano intravide coò che di più perfetto Dio poteva aver creato.
In quella perfezione vide una ragione per sopportare tutto il male che lo circondava, in quel candore vide tutta la limpidezza necessaria per pulire quel marciume, in essa vide le stelle come non le aveva mai viste, in essa vide le ragioni del cielo e della pioggia, il pianto degli angeli che erano afflitti per non averla con loro.
Nel suo contegno, nella sua alterigia vide quella sobrietà che tanto mancava alla società che lo circondava.
Nelle sue vesti candide e semplici vide la probità di una vita fatta delle cose importanti delle vita, senza eccessi ne sprechi.
In essa vide la parsimonia, la bellezza e tutte le virtù che una donna può avere, senza che fossero macchiate da nessuno vizio, come la candida neve, in cui nulla c'è che non sia bello o perfetto, in cui nulla c'è che non sia bianco ed immacolato, perfetto e puro, come il giorno che Dio lo creò.
L'amore, la completezza stella dell'universo, ciò che porta due anime vagabonde, erranti per la terra, sole e sconsolate a trovarsi ed unirsi non per continuare un cammino di dannazione e afflizione ma per poter al fin volare in cielo congiungendosi con le anime elette da Dio o dall'amore.
L'amore, qualcosa che lo portò a dimenticare di continuare a pensare all'IO, al ME, ma lo spinse tra le braccia del LEI o di tacite preghiere perchè si potesse giungere prima o poi finalmente ad un insperato, ma sognato NOI.
La cercò, come l'assetato cerca una sorgente, come il sofferente cerca il ristoro per i propri mali, la cercò come l'innamorato cerca l'altra metà del cuore che ha lasciato inconsapevolmente per terra e che qualcuno altrettanto inconsapevolmente ha raccolto.
Andò alle feste, si fece fare nuovi uniformi in lucido velluto nero.
Cercò di imparare a cantare e a scivere sonetti per lei.
Si vestiva con cura, cerchò di essere alla moda fino al limite concesso dal suo senso del pudore, senza accorgersi qualche volta di oltrepassarlo.
I compagni lo guardavano stranito, i più vecchi capendo, compativano le follie dell'amore.
Cerco di attrarre la sua attenzione, cercò di discorrere con lei una volta che entrò in confidenza con lei, fece quei regali che le sue piccole entrate da soldato gli permettevano.
Quando camminava con lei faceva sfoggio di medaglie e decorazioni, cosa che prima non aveva mai fatto.
Sorrideva e cercava di essere spiritoso, cosa che lasciava alqaunto perplesso Wilfred che mai l'aveva visto in un simile stato.
Poi la primavera si mutò in estate e l'estate in autunno, qualche rosa ancora cresceva sui roseti e lui andò da lei, sua unica arma un delicato fiore bianco, cercando quel coraggio che aveva avuto sempre, che mai gli era mancato in battaglia e che ora sembrava essere saprito.
Cosa si dissero non lo so.
So che il celo era grigio e publeo, carico di pioggia, e questo perlomeno nascose le lacrime che sicuramente bagnarono le guance diq uel duro guerriero dopo che Sebastian vide la sua rosa cadere a terra e venire calpestata senza troppo considerazione.
Quello che gli rimase nella testa era come un ritornello:
"Tu non sei nobile, tu sei come il fango, qualcosa che mi sporcherebbe i vestiti"

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