domenica 2 marzo 2008

The Guardian of Cothique: Chapter four

CAPITOLO II

L'INCONTRO


Avevano volato tutta la notte, e le membra, malgrado le coperte ed il mantello che si era avvolto intorno al corpo e che, per non perdere, aveva magicamente bloccato, erano intirizzite dal freddo e dall'assenza di movimento.

Le due grandi aquile sembravano non aver nemmeno sentito la lunga transvolata e nemmeno sembravano accorgersi del cambiamento della temperatura.

Ora erano in mezzo ai monti più bassi, alle pendici degli Annulii, sopra il regno di Yvresse, e dove i monti cominciavano ad essere tali.

Il viaggio sarebbe stato ancora lungo ma di lì a poco sarebbero giunti finalmente a casa. sarebbero giunti a Tor Ailin.

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Dopo l'attacco che l'aveva colpito e che gli tolto la possibilità di portare a frutto il lungo corteggiamento della bella Iniahir, Antheus era diventato improvvisamente taciturno.

Era il figlio minore del principe di Caledor, e non avrebbe mai dovuto ricoprire quella carica, non ne aveva mai avuto nessuna voglia, gli piaceva condurre una vita spensierata, tra duelli e contese d'amore e questo sarebbe stato il suo destino se il fratello non fosse morto.

Ora toccava a lui prendere sulle sue spalle il fardello dei doveri d'erede, recuperare la salma del fratello e cercare vendetta.

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Ormai erano arrivati, anche le aquile lo sentivano, sentivano finalmente di essere tornate ai loro nidi.

Erano giunti con lui da Tor Ailin quando lui era arrivato come allievo a Hoeth ed era stato affidato a Ederitch.

Le due grandi Aquile erano un dono del padre per il suo futuro maestro il cui nome era rispettato ed onorato in tutta Ulthuan.

Erano partiti molti anni prima ed ora tornavano. Ma non come avrebbe voluto.

La luce del tramonto tingeva le montagne che da Tor Ailin portavano al mare di un sinistro color rosso sangue.

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Solo un mese prima quel posto gli sarebbe sembrato fantastico.

La bruma saliva dal limpido lago verso le montagne facendo sparire tutto tra un banco e l'altro di nebbia.

Torri ed edifici, come boschi e poggi sembravano spuntare da momentanei ricordi onirici e la calma avvolgeva tutto.

Il sole da poco sorto che colorava le montagne tutt'intorno, riscaldando di poco almeno l'ambiente faceva apparire i già meravigliosi colori della valle di una tonalità più brillanti.

Le ultime stelle ancora brillavano dall'ultimo squarcio della notte lasciando posto, sempre più velocemente, all'aurora che pian piano conquistava il mondo.

Nessun elfo stamattina era sveglio. La luna era appena entrata nell'ultimo ciclo che l'avrebbe fatta divenire piena prima del giorno di mezz'estate e gli elfi festeggiavano quest'ultimo quarto con feste e banchetti che duravano fino all'alba.

Antheus solo un mese prima avrebbe fatto di tutto per arrivare solo nel tardo pomeriggio.

Solo un mese prima suo fratello era lì a morire.

Spronato il destriero si affrettò a cavalcare fino alla grande torre che dominava la scogliera sul lago e senza nemmeno aspettare il permesso del signore locale o anche solo del capitano delle guardie varcò il cancello tra lo stupore e lo sgomento delle sentinelle e dei suoi accompagnatori entrando così nel cortile interno della reggia dove in realtà viveva il sire e la sua famiglia.

A svegliare tutti fu il corno limpido ed argenteo del corno da guerra dei principi drago.

Ma c'era qualcosa d’innaturale nel suono di quel corno.

Non solo la nota gloriosa e possente che lo caratterizzava.

Non ricordava solo gloria ed onore.

V'era in quel suono un dolore lamentoso, una tristezza profonda, una disperazione infinita.

Non era la tipica malinconia che opprimeva sempre di più i cuori asur.

Era la nota della rabbia e dello sgomento.

Era la nota del dolore e della perdizione di se nella propria ira.

Era una nota che da tanto tempo nessuno più riusciva a dare a quel corno.

Era la nota della vendetta.

Il sire con la sua famiglia sentito qual suono si precipitarono nel cortile a vedere cosa l'avesse cagionato o chi fosse tanto impudente da svegliarli dopo appena poche ore di sonno.

Già avevano i loro problemi con quell'arcimago, “che Asuryan lo stramaledicesse” pensava il sire, che da quando era lì non aveva dato che problemi.

L'esercito del caos continuava ad avanzare, e se non fosse stato per le continue opere di guerriglia e d'ostacolo che venivano poste in essere da comandanti e soldati ormai sarebbero già stati nella città da un mese.

L'esercito per la difesa veniva raccolto, ma mancavano ancora alcuni giorno e l'aver perso alcune delle piazzeforti da lì al mare certo non aveva aiutato.

Il morale era desolatamente basso.

Per completare l'idilliaco quadretto della loro situazione, il sire pensò sarcasticamente, non c'erano generali, lui era troppo vecchio, suo figlio troppo giovane, e le altre famiglie avevano dimostrato durante gli scontri col caos che c'erano stati di non saper battere il nemico che avanzava.

Se almeno con i rinforzi che aveva chiesto fosse giunto un generale...

Quando la famiglia arrivò al pergolato che sovrastava il cortile furono sconvolti dalla visione che videro.

Schierato in armature azzurre stava un intero squadrone di principi drago con gli stendardi che garrivano al vento.

Ogni cavaliere sembrava la fotocopia di quello precedente e solo l'occhio più fine poteva notare le minime differenze che c'erano tra un cavaliere e l'altro, solo un elfo avrebbe potuto notare di primo sguardo e da lassù le diversità nelle complesse decorazioni delle corazze.

Di fronte a tutti si ergeva su di un imponente stallone un cavaliere che, diversamente dall'immobile calma serafica dei suoi compagni dimostrava un'inquieta e rabbiosa agitazione.

Continuava a camminare di fronte ai cavalieri schierati come se li stesse passando in rassegna, e di continuo riprendeva a suonare il corno.

"Chi sei ahhhhwn tu, chiese il sire tra uno sbadiglio e l'altro, che osi venire qui, armato in casa mia, e svegliare me, signore di queste terre, e la mia famiglia, quando sicuramente sai, visto che riconosco in te un Asur, malgrado il colore delle armature, che è iniziata la festa a Ish...?"

Prima che avesse avuto il tempo di rispondere già l'altro gli sbraitava in visto:

"IO sono Antheus te tuin Altaran ut Caledor, e come vedo dalle vostre facce sconvolte, sapete sono il fratello di Aedris, che qui morì una luna fa in vostra difesa.

IO sono giunto qui per riprendere la salma di mio fratello.

IO sono qui per rivendicare la morte di mio fratello.

IO sono qui per vedere se anche stavolta come allora, mentre gli eroi morivano per difendervi, voi rimarrete nascosti come conigli all'interno delle Torri che non vi salveranno.

Mio fratello e morto circondato dai suoi compagni e da troppo pochi di voi perchè io possa considerato ripagato il vostro debito di sangue verso la mia famiglia.

È colpa vostra maledetti, se ora la casata del secondo re Fenice ha perso il suo erede, e colpa vostra se mio padre ha perso il figlio prediletto, è colpa vostra se io ho perso mio fratello!!

Che la maledizione di Asuryan e di Loec, di Isha e di Kurnous, di Vaul e di Khaine possa gravare su di voi e che le vostre anime vaghino errabonde per il mondo rifiutate da Morai-Heg, se non ripagherete il vostro debito aiutandomi a trovare vendetta, e se non mi aiuterete andrò io a cercarla, ma quando tornerò, perchè questo è certo, da morto o da vivo tornerò, io raderò al suolo questa torre!!"

"Decisamente giovane stolto non ti è stata insegnata l'educazione" a parlare era stato un elfo dallo sguardo truce, pieno si superbia e di profondo disprezzo.

"Cosa vuoi fare tu, povero sciocco, dove tuo fratello ha fallito? Egli a quanto scriveva mio fratello era un valido generale, e aveva con se un esercito, persino un maggior numero di compagni, e decisamente una maggior dote d'intelligenza per pensare prima d'aprir bocca." L'elfo parlando cominciò a scendere le scale verso il cortile, il passo era lento e misurato, ed egli scendeva senza prestare la minima attenzione a ciò che lo circondava tenendo il volto fisso sul cavaliere.

"Decisamente però mi sa che dovrò rivedere le considerazioni tratte dagli scritti di mio fratello, perchè se egli era simile a te anche solo per un decimo doveva essere uno stolto..." a queste parole Antheus sceso da cavallo, cominciò a salire le scale di corsa.

"E tu sei stolto come lui a pensare d'affrontare da solo un esercito che nel suo interno ha un mago di quella potenza"

"Dimmi il tuo nome lurido animale *******o- urlò il guerriero preso dalla rabbia e rosso in viso- perchè io sappia almeno il nome della mia prossima vittima!!!"

"Edritch..."

Il cavaliere si lanciò contro lo strano cortigiano vestito color della notte, solo per vedere la sua lama bloccata da una forza invisibile. Malgrado gli sforzi, non riusciva a muoverla di un millimetro. Contrasse tutti i muscoli cercando di spezzare la barriera… e si trovò investito in pieno da un turbine d’aria, che lo mandò a sbattere contro uno dei muri del cortile.

Vedendo il loro comandante sconfitto e umiliato dallo strano personaggio, i principi drago si schierarono per reagire, ma un battaglione di maestri di spada si interpose tra loro e il mago, e nello spazio angusto del cortile era chiaro chi avrebbe avuto la meglio.

"Oltre all'educazione, e a tutte le altre cose che devi ancora imparare moccioso– disse atono Eldritch, voltandosi per andarsene – dovresti cercare di pensare prima d'agire, e di valutare meglio la forza del tuo avversario."

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