CAPITOLO III
KALLADIN E LA LUNA
La situazione era se possibile peggio di quella che si era immaginato.
Con l’esercito sconfitto e decimato il morale era basso. La fiducia era crollata tra gli stessi comandanti dopo che una delle famiglie nobili aveva abbandonato il campo di battaglia nelle prime fasi dello scontro lì dove era morto suo fratello.
Nessuno si fidava più di loro ma essi stessi si giustificavano in ogni modo possibile.
Accusavano suo fratello di essere un folle ed un visionario e se non fosse stato per la punta acuminata del suo pugnale forse avrebbero mosso anche a lui le stesse offese.
Il problema era che in effetti in quelle terre la cavalleria era composta solo dai nobili e che quindi spesso i battaglioni erano legati tra loro da forti vincoli di parentela e che quindi nessuno aveva nemmeno pensato di processare quei traditori come sarebbe successo in qualsiasi altro posto.
Gli unici veri antagonisti di quella famiglia poi avevano perso gran parte dei loro componenti nell’ultimo scontro nel vano tentativo di raggiungere Aedris ed i suoi. Non sarebbero riusciti a schierare un battaglione ancora per lunghi lunghi anni.
L’esercito del caos, avanzando di giorno in giorno, nel giro di un paio di settimane sarebbe giunto al cancello del lupo, ultima difesa prima della torre.
I rinforzi non erano ancora giunti e da quando riferivano i corrieri la fanteria della marina era sbarcata da pochi giorni e non sarebbe potuta giungere alle spalle del nemico se non di lì ad un altro mese per allora sarebbero morti.
L’unica speranza di salvezza risiedeva nei pastori di montagna, gli Aniranat, tetri veterani che passavano gran parte del tempo a combattere lupi e fiere dei monti, e che sarebbero stati un’unità formidabile da schierare in battaglia.
Purtroppo però in questo periodo non sarebbero mai scesi dai loro pascoli, una tetra minaccia minacciava i greggi: Kalladin il lupo.
Kalladin, in elfici significava qualcosa che stava tra l’ombra e lo spettro.
Era un nome dato dalle nonne eliche per far paura ai bambini quando non volevano star buoni.
Dai racconti che sentiva era il nome adatto a questa fiera.
Al comando del suo branco si aggirava negli anfratti dei monti intorno alla città massacrando greggi e anche famiglie isolate.
Troppe volte gli Aniranat avevano provato a catturarlo od ad ucciderlo, ma anche se le pelli di molti dei suoi compagni ora adornavano le spalle dei cacciatori lui era ancora vivo e vegeto ed in buonissima salute.
Era difficile avvistarlo, e non era successo che quando il branco si era trovato decisamente alle strette.
Era un esemplare enorme.
Una degna preda per un cacciatore come Antheus.
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Ormai era partito da due giorni da Tor Ailin e già aveva trovato le tracce del branco.
Adesso stava nascosto tra dei cespugli nella cima di un canalone, vicino alla fune che azionava la sua trappola.
Il branco avanzava nella gola sottostante, maschi e femmine, cuccioli e vecchi, ma nessun lupo che sembrava rispondere alla descrizione che gli era stata fornita.
Ormai pensava che fosse solo una suggestione popolare quando ecco apparire, quando ormai il branco era sparito dietro la prima svolta, un enorme lupo dal manto chiaro come la luna quando di notte si specchia su d’un lago.
Avanzava maestoso, tranquillo e sicuro che nulla l’avrebbe colpito.
Antheus fece scattare la trappola.
Un’enorme frana crollò nel canalone bloccandone il passaggio.
Il branco tornò indietro di corsa, e Kalladin provò più volte a scavalcare il nuovo ostacolo che gli si frapponeva ora di fronte, ma questo era troppo grande e troppo ripido anche per un lupo della sua forza e della sua possanza.
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“Lì doveva esserci l’opera dei bipedi dalle orecchie a punta” pensò Kalladin. Era separato dal suo branco ormai da due giorni e da due giorni era scappato dal almeno una decina di trappole e di quegli strani uccelli di legno con la punta di metallo.
Aveva intravisto più volte un’ombra alle sue spalle. Gli sembrava che fosse uno solo a seguirlo.
Se voleva cacciare che lo facesse pure. Ma sarebbe stato il lupo a scegliere il terreno.
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Quella era la sera dell’ultima luna piena prima del solistizio.
Lui invece di essere alla torre era lì nei monti ad inseguire un lupo maledetto.
Aveva visto che era impossibile catturarlo con le trappole o colpirlo con le frecce.
L’avrebbe cacciato come l’avrebbero cacciato i suoi avi: in sella e con la lancia.
Il lupo apparve ai margini di una radura quando la notte era ancora giovane, la luna sarebbe diventata piena di lì a poche ore e forse lui per quell’ora si sarebbe potuto inginocchiare vicino ad un ruscello per pregare Isha.
Spronò il cavallo e si diresse al troppo verso il lupo.
Impugnava una corta lancia, qualcosa di poco più lungo di un giavellotto, avrebbe potutto utilizzarlo in entrambi i modi.
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Ecco finalmente il due piedi si palesava, stava sopra a uno di quei traditori del regno animale. Stava sopra a quella che sarebbe stata una sua preda ed ora sarebbe diventato anche’egli una sua preda.
Aspettò che l’elfo s’avvicinasse e poi cominciò a dirigersi verso il bosco.
Man mano che il cavaliere accelerava anche lui aumentava la velocità del suo passo, in modo da far credere all’altro di guadagnare terreno, anche se molto meno di quanto esso credette.
Kalladin raggiunto il bosco s’arrestò in modo da far avvicinare ancora Antheus e poi s’immerse nelle fitte ombre della notte.
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Ormai era da mezz’ora che inseguiva quella dannata fiera nei sentieri oscuri del bosco, e di certo se non fosse stato un elfo ora la sua caccia sarebbe stata già conclusa da un pezzo. Per fortuna i suoi sensi gli permettevano di non essere in svantaggio lì rispetto all’animale.
Il cavaliere si diresse verso un bivio, di certo il lupo era passato di lì, ma dove?
Antheus scese da cavallo e si diresse tenendo l’animale per la briglia verso la biforcazione.
Non si era accorto dei due occhi che brillavano illuminati dalla luna sopra ad una pietra dietro di lui.
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Ma come diavolo aveva fatto a sorprendero?
Il lupo si era lanciato da sopra la pietra e prima che lui potesse fare qualsiasi cosa gli aveva ucciso il cavallo ed era sparto nella boscaglia.
Ora lui gli correva dietro e di riusciva a scorgerlo tra un albero e l’altro mentre correva.
Di certo quel lupo era più veloce di lui.
Improvvisamente sbucò in una radura. Del lupo nessuna traccia.
Nel mezzo dello spazio una pietra guardiana, impressionante per bellezza ed enormità.
L’elfo s’avvicinò a poco a poco, descrivendo lenti cerchi intorno a se puntando la lancia sempre di fronte.
Ma quando fu ad un passo dalla pietra da cui sperava di trarre una sorta di riparo ecco che la fiera gli si lanciò contro azzannando la lancia nel mezzo.
Il peso del lupo scaraventò a terra il nobile elfo che si trovò a rotolare con la belva nell’erba della radura.
Di colpo Antheus si trovò sopra e facendo perno sulla lancia e dandosi lo slancio con le gambe saltò lontano da quello scontro mortale.
In un secondo estrasse la spada ma fu troppo lento. Il lupo gli azzannò il braccio ed egli perse la presa sull’arma.
L’elfo disperato sentendo che le forse lo abbandonavano estrasse il pugnale e lo conficcò ripetutamente nel fianco del lupo fino a che questi non lasciò la presa.
La belva sanguinante di allontanò solo di alcuni passi e cominciò a girare intorno all’elfo lanciando un basso ringhio minaccioso.
L’elfo era consapevole che oramai era finita. Quella bestia se pur ferita era troopo forte e troppo veloce per lui, la sua lancia giaceva sotto i suoi piedi frantumata dalle fauci del mostro e la spada giaceva troppo lontano perché potesse recuperala, il braccio destro era inutilizzabile con l’osso frantumato dai denti del lupo.
L’unica cosa che gli rimaneva era il pugnale che aveva in mano.
Antheus perse la concentrazione guardando gli occhi profondi e misteriosi del lupo. Vide rabbia e malinconia, orgoglio e coraggio, vide voglia di vivere ma consapevolezza di dover morire.
Il lupo si lanciò contro l’elfo e l’azzannò tra la spalla e il collo trovandosi però a sua volta con il pugnale confricato nello stomaco.
Già le ferite che gli erano state inflitte erano mortali, ma quest’ultima accorciò di molto la sua agonia.
Pure il morso che aveva inflitto ad Antheus era mortale.
Insieme ruzzolarono contro l’enorme monolite e si trovarono uno di fianco all’altro.
Che bello era il cielo quella notte, completamente limpido.
La regina degli astri si stava facendo piena. Ed Isha con la sua luce stava per ridiscendere nuovamente sulla terra.
I due guerrieri era entrambi al contempo felici e malinconici. Era nella loro natura combattere, era nello loro natura lottare per vincere, ma sapevano anche che era nella loro natura la possibilità di morire nella lotta. Almeno erano morti scontrandosi con una creatura degna di loro.
L’unico rimorso per entrambi era che non avrebbero più potuto vedere un cielo come quello.
Antheus cominciò a recitare i mesti versi della preghiera a Isha e mentre lui pregava ecco che al suo fianco s’alzava un sommesso e lamentoso ululato di morte.
L’elfo fece appena in tempo a percepire che quel verso finiva in un rantolo di morte mentre anche la sua preghiera finiva, prima di chiudere gli occhi nel dolce abbraccio dell’oscurità.
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La dea camminava due volte sul mondo mortale.
Girava per il mondo lì dove risiedevano i suoi figli, ascoltando le loro preghiere talvolta ascoltandole talvolta ignorandole, ma ora non poteva di certo ignorare quelle due preghiere così simili e così diverse che salivano da un luogo colmo di potere come quello.
Due dei suoi figli si erano scontrati e si erano uccisi in una notte dedicata a lei. Si erano feriti mortalmente ed erano porti pregando entrambi a lei.
Erano morti elevandole le lodi più tristi e malinconiche, ma al contempo più belle che il mondo avesse mai potuto immaginare.
Si avvicinò a loro e cominciò ad operare con le loro anime. Per fortuna non si erano ancora allontanate.
Per quella notte ancora Morai-Heg non avrebbe avuto quei suoi figli.
Nella luce della luna il sangue del lupo e dell’elfo si mischiò sulla pietra guardiana e rientrò nei corpi.
Da quella notte in poi il fiero cavaliere ancora sarebbe entrato in battaglia in sella ma mai più d’un cavallo.
Da quella sera in poi il lupo solitario non sarebbe stato più solo.
Da quella sera insieme avrebbero combattuto.
Da quella sera insieme nelle notti di pleniluni avrebbero elevato preghiere ad Isha.
Da quella sera sarebbero vissuti e morti insieme.