Per chi conosce la città di Padova, per chi la ama incondizionatamente perchè, malgrado tutto è pur sempre la tua città, non è difficile immaginare, o addirittura più semplicemten pensare a questa città nei suoi momenti di magia.
Quella che segue era una sequenza di pensiero che avevo buttato giù un paio d'anni fa, adesso provo a traschiverla dai fogli su cui l'avevo raccolta cercando di dargli un senso, cercando di riscriverla come la scriverei adesso, cercando tutta via di trasmettere lo spirito di quei giorni.
Il ticchettio della pioggia sui vetri, il ritmato piangere del cielo.
Una velata, incomprensibile tristezza avvolge inpiegabile il cuore.
Malgrado siano solo le cinque del pomeriggio sono a letto sotto il piumone, in casa, da solo.
Fa freddo ma francamento non me ne frega un cazzo del perchè non sia partito il riscaldamento.
Una luce grigio azzurra entra nella stanza, dando a tutto ciò che la compone un'idea di staticità, d'immobilità, un idea che ben rappresenta la giornata che c'è fuori.
Il letto addossato alla parete permette di guardare la finestra dove il dolce tamburellare delle gocce sul vetro accompagna la loro discesa verso il balcone.
Sotto la finestra la scrivania, le pile dei libri ancora da riordinare, fogli, un vaso di vetro di murano comprato un anno fa, con i suoi tristissimi fiori finti all'interno. Una foto di lei.
Cazzo qui tutto fa pensare a lei.
Pure il vaso, comprato insieme un'estate durante una gita a venezia. I fiori sono finti perchè senza cvhe lei spinga a metterli di vivi, quelli finti son più comodi, anche perchè il vaso vuoto fa veramente cagare.
Lei, Claudia, conosciuta, che ironia, in una giornata di pioggia, proprio come questa, più o meno in questo steso periodo due anni fa.
Camminavo per il centro, la mattina di una giornata libera dalle lezioni, niente in particolare da fare, perso nella bellezza di girare per le vie, toccati solo dalla pioggerellina che cadeva mentre si passava da un portico all'altro.
Le pozzanghere innondavano quelle zone dove i san pietrini erano più bassi.
Era bello, passeggiare con i propri pensieri e nient'altro. Tanto che non faceva nemmeno troppo freddo, si poteva rimanere un un cappotto normale, senza bisogno dei più ingombranti piumoni che sarebbero diventati necessari pochi giorni dopo quando l'inverno avrebbe cominciato a mordere la carne e le ossa se solo provavi ad indossare qualcosa di più leggero.
Si camminava con lo sguardo fisso per terra, sollevandolo solo occasionalmente, per vedere ciò che ti stava attorno, piazza della frutta con solo qualche frettoloso passante, piazza delle erbe con i banchetti del menrcato tristi e abbandonati in una giornata di pioggia, e poi i portici che conducevano fino alla feltrinelli.
I pochi passanti che c'erano per strada sembravano afflitti dall'impellente necessità di correre a rintanarsi dentro un negozio od un bar, magari quello in fondo a via Manin, dove facevano ancora la torrefazione dei chicci di caffé in negozio.
Sembravano come quegli animali che sentendo il freddo alla porte si agitano e cominciano a correre quasi a dover sistemare le ultime cose prima del letargo per non lasciare nulla in sospeso.
Gli unici avventori fissi a gurdare ora la piazza dello spritz eravamo io e un cane, forse randagio forse scappato a qualcuno, che si era messo a bere l'acqua da una pozzangherà.
Non sembrava ci fossero nemmeno i piccioni che solitamente infestavano la piazza.
Ero lì perso a guardare la piazza, senza nemmeno una precisa concezione del tempo. Stavo andando da feltrinelli giusto per vedere di trovare qualche libro interessante che mi aiutasse ad occupare il tempo, ma era lo stesso stare li a guardare la pioggia che cadeva.
Mi girai, senza sapere perchè, non c'era aualcosa che non andasse nella quieta perfezione di quel momento. Quel paesaggio con la sua statica monotonia era qualcosa di perfetto, eterno ed istantaneo.qualcosa mi portò a girarmi e improvvisamente la vidi, che avanzava, avvolta in una legera giacca rossa e si avvicinava camminando verso di me e...
Si era rotto qualcosa quella volta, si era rotto qualcosa nella quieta perfezione della piazza e della sua monotonia. Nella perfezione della staticità dei grigi di una giornata autunnale.
Si era rotta allora come si era rotta adesso, si era rotta in definitiva una magia.
Mi rendo conto che piango, lacrime fredde, che scebdono giù solcando dolcemente, dolorosamente, lentamente il viso.
Fa freddo, non solo in casa, mi giro nel letto, mi inganno cercando di credere, cercando di autoconvincermi che la pesantezza che mi opprime il petto sia il piumino che anche adesso mi concilia il sonno.
Quella che segue era una sequenza di pensiero che avevo buttato giù un paio d'anni fa, adesso provo a traschiverla dai fogli su cui l'avevo raccolta cercando di dargli un senso, cercando di riscriverla come la scriverei adesso, cercando tutta via di trasmettere lo spirito di quei giorni.
Il ticchettio della pioggia sui vetri, il ritmato piangere del cielo.
Una velata, incomprensibile tristezza avvolge inpiegabile il cuore.
Malgrado siano solo le cinque del pomeriggio sono a letto sotto il piumone, in casa, da solo.
Fa freddo ma francamento non me ne frega un cazzo del perchè non sia partito il riscaldamento.
Una luce grigio azzurra entra nella stanza, dando a tutto ciò che la compone un'idea di staticità, d'immobilità, un idea che ben rappresenta la giornata che c'è fuori.
Il letto addossato alla parete permette di guardare la finestra dove il dolce tamburellare delle gocce sul vetro accompagna la loro discesa verso il balcone.
Sotto la finestra la scrivania, le pile dei libri ancora da riordinare, fogli, un vaso di vetro di murano comprato un anno fa, con i suoi tristissimi fiori finti all'interno. Una foto di lei.
Cazzo qui tutto fa pensare a lei.
Pure il vaso, comprato insieme un'estate durante una gita a venezia. I fiori sono finti perchè senza cvhe lei spinga a metterli di vivi, quelli finti son più comodi, anche perchè il vaso vuoto fa veramente cagare.
Lei, Claudia, conosciuta, che ironia, in una giornata di pioggia, proprio come questa, più o meno in questo steso periodo due anni fa.
Camminavo per il centro, la mattina di una giornata libera dalle lezioni, niente in particolare da fare, perso nella bellezza di girare per le vie, toccati solo dalla pioggerellina che cadeva mentre si passava da un portico all'altro.
Le pozzanghere innondavano quelle zone dove i san pietrini erano più bassi.
Era bello, passeggiare con i propri pensieri e nient'altro. Tanto che non faceva nemmeno troppo freddo, si poteva rimanere un un cappotto normale, senza bisogno dei più ingombranti piumoni che sarebbero diventati necessari pochi giorni dopo quando l'inverno avrebbe cominciato a mordere la carne e le ossa se solo provavi ad indossare qualcosa di più leggero.
Si camminava con lo sguardo fisso per terra, sollevandolo solo occasionalmente, per vedere ciò che ti stava attorno, piazza della frutta con solo qualche frettoloso passante, piazza delle erbe con i banchetti del menrcato tristi e abbandonati in una giornata di pioggia, e poi i portici che conducevano fino alla feltrinelli.
I pochi passanti che c'erano per strada sembravano afflitti dall'impellente necessità di correre a rintanarsi dentro un negozio od un bar, magari quello in fondo a via Manin, dove facevano ancora la torrefazione dei chicci di caffé in negozio.
Sembravano come quegli animali che sentendo il freddo alla porte si agitano e cominciano a correre quasi a dover sistemare le ultime cose prima del letargo per non lasciare nulla in sospeso.
Gli unici avventori fissi a gurdare ora la piazza dello spritz eravamo io e un cane, forse randagio forse scappato a qualcuno, che si era messo a bere l'acqua da una pozzangherà.
Non sembrava ci fossero nemmeno i piccioni che solitamente infestavano la piazza.
Ero lì perso a guardare la piazza, senza nemmeno una precisa concezione del tempo. Stavo andando da feltrinelli giusto per vedere di trovare qualche libro interessante che mi aiutasse ad occupare il tempo, ma era lo stesso stare li a guardare la pioggia che cadeva.
Mi girai, senza sapere perchè, non c'era aualcosa che non andasse nella quieta perfezione di quel momento. Quel paesaggio con la sua statica monotonia era qualcosa di perfetto, eterno ed istantaneo.qualcosa mi portò a girarmi e improvvisamente la vidi, che avanzava, avvolta in una legera giacca rossa e si avvicinava camminando verso di me e...
Si era rotto qualcosa quella volta, si era rotto qualcosa nella quieta perfezione della piazza e della sua monotonia. Nella perfezione della staticità dei grigi di una giornata autunnale.
Si era rotta allora come si era rotta adesso, si era rotta in definitiva una magia.
Mi rendo conto che piango, lacrime fredde, che scebdono giù solcando dolcemente, dolorosamente, lentamente il viso.
Fa freddo, non solo in casa, mi giro nel letto, mi inganno cercando di credere, cercando di autoconvincermi che la pesantezza che mi opprime il petto sia il piumino che anche adesso mi concilia il sonno.

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