venerdì 29 febbraio 2008

Wolf's legend Chapter four part one

THE CAMPAIGN OF THE NORTH

SUNRISE OF LIFE

Freddo, molto freddo, questo gli aveva portato quell'esperienza.
Era partito ragazzo dalla città in cui era vissuto da bambino e adesso era un uomo.
Il freddo di quelle terre gli era penetrato dentro, come succede a tutti quelli che vedono la morte in faccia.
Suo padre forse non avrebbe riconosciuto quel figlio che di notte ancora sognava la campagna in cui era cresciuto e sperava un giorno di poter tornare ad annusare l'odore della terra grassa pronta per essere coltivata.
Erano due anni che erano in quelle lande a cercare di riunificare un territorio che non ricordava più la sua unità ed in cui lo stesso esercito che aveva ucciso suo padre aveva porta morte e distruzione.
Sebastian adesso era impiegato in azioni di guerra vere e proprie, cosa che in rpincipio gli era stata risparmiata.
Serviva presso un'unità di cavalleria e gli era stato concesso il comando di un plotone, come anche a Thobias.
In giro probabilmente con il Comandante Sestant c'era anche suo fratello, giudicato troppo piccolo per affrontare un ruolo attivo in combattimento e impiegato quindi come staffetta e portaordini o in qualche azione di minimo rischio.
Simeon invece, giustificandosi con la salute cagionevole, aveva richiesto il permesso di poter tornare a Rynm la capitale. Il permesso gli era stato concesso e non c'erano state nemmeno troppe facce tristi.
I due ragazzi erano ormai considerati da tutti come figli di Maurice che li trattava da tali, ma questo non apportava grandi vantaggi nella vita militare.
Sestant era un comandante duro ma giusto e non faceva distinzioni di sorta.
Le uniche distinzioni che uno poteva avere erano quelle ottenuto con i meriti conquistati sul campo, e da un pò Sebastian e Yhobias sembravano impegnati in un'intensa gara a chi ne conquistava di più.
Avevano iniziato a prestare servizio entrambi come soldati semplici ma nessuno dei due sembrava portato per tale ruolo.
Erano stimati dagli altri soldati che vedevano in loro due validi compagni da avere al fianco in caso di scontro.
Adesso servivano presso la stessa compagnia e sull'esempio dei due giovani sottufficiali anche i soldati sembravano voler dimostrare quale dei due plotoni era meglio.
Thobias sembrava crescere sempre più come il padre, aveva un'innata propensione al comando, che lo portava ad essere ascoltato anche da soldati più anzini ed esperti di loro.
Sapeva riconoscere quando avevano ragione e sapeva a chi e come chiedere consiglio.
Diverso era Sebastian che era visto dai soldati come uno di loro, uno che come molti di loro veniva da una cultura contadina, per questo lo vedevano come il figlio di un fratello, un nipote, o un cugino degno di fiducia.
In quel periodo erano impegnati in un territorio brullo, caratterizzato da basse montagne senza un'eccessiva quantità di boschi.
Le unità di cavalleria erano costrette spesso ad operare in territorio ostile per lunghi giorni con scarsità di mezzi e viveri.
Ogni soldato veniva addestrato perchè sapesse cavarsela in ogni momento, in modo che fosse in grado di usare e di difendersi con qualsiasi arma, in modo da far si quindi che le probabilità di sopravvivenza aumentassero decisamente.
Sebastian non gradiva un gran chè il rfatello lo accompagnasse durante le missioni di perlustrazione a lungo raggio visto che erano quelle durante le quali si correva il maggior perciolo.
Erano spostamenti lunghi durante i quali spesso poteva anche non accadere nulla ma che potevano trasformarsi in una trappola mortale.
Durante uno di questi spostamenti la compagnia di Sebastian e hor cominciò a notare degli strani movimenti di alcune ombre nelle colline circostanti.
Essendo in quel teatro di guerra da ormai tre anni sapevano quello che voleva dire.
Il nemico non usciva così allo scoperto se non era certo di attaccare, e non attaccava se non era certo di riportare una vittoria veloce e sicura.
Fu deciso che Wilfred che in quel caso era a disposizione del capitano della compagnia insieme a due soldati sarebbe corso fino al comando a cercare rinforzi.
Se tutta l'unità avesse ripiegato non c'erano possibilità perchè sicuramente i nemici avrebbero precluso quella che ormai era l'unica via verso la salvezza.
Partite le staffette fecero in modo di dar fiato ai cavalli facendoli abbeverare, avendo così la possibilità di osservare il territorio circostante.
La valle in cui si trovavano si ampliava via via in quelli che dovevano essere i pasoli dei montanari per pecore e capre.
Si estendeva per un buon tratto con un andamento da falsopiano in cui scorrevano placidi dei torrentelli in cui non era difficile intravedere trote o altri pesci.
Più a nord lungo la vallata si intravedeva una collina, sulla cui sommità si scorgevano dei grossi macigni.
Forse in antichità si trattava di un qualche luogo religioso ma adesso sembrva offrire la migliore opzione difensiva della zona.
Il capitano, un veterano di altre campagne decise di far avanzare in formazione aperta la compagnia, un battaglione ad est ed uno ad ovest, come se avessero voluto passare l'ostacolo della colinetta.
Al centro con quello che era il suo piccolo seguito il capitano avrebbe puntato dritto sulla collinetta.
Quando vi fosse gunto avrebbe dato un segnale e i due plotoni sarebbero dovuti convergere in quella direzione.
Il tutto doveva avvenire in tranquillità come se i cavalieri stessero avanzando per una passeggiata nella campagna.
E davvero sarebbe stata una bella passeggiata se non fosse stato per il rischio che correvano.
I plotoni furono fatti disporre con calma senza allarmare così il nemico e cominciarono ad avanzare lenti.
Avevano uperato i tre quarti del percorso quando improvvisamente al centro il comandante con il suo seguito si trovarono ad avanzare in una piccola serie di aquitrini che da lontano non si scorgevano.
Questi acquitrini composti da affioramenti di terra e piccoli laghetti erano caratterizzati da piccoli affioramenti di canne e il percorrerli, pensò Sebastian non doveva essere agevole per i cavalli e i cavalieri.
Improvvisamente un grido proruppe nella valle.
Dai canneti dell'aquitrinio centrale apparverò improvvisamente alcuni soldati che si dovevano essere tenuti nascosti per tutta la durata dell'avanzata.
Con i cavalli imersi fino al ventre nell'acqua i cavalieri si trovavano in una condizione svantaggiata e furono facile preda degli arcieri che si erano appostati negli affioramenti più solidi della piccola palude.
Subito du chairo che per la decina di uomini dels eguito del Capitano non c'era nulla da fare,
tutti tranne un paio furono subito tirati giù e finiti, qualcuno prima ancora che se ne rendesse conto.
Il comandante e l'alfiuere della compagnia, trovandosi in una zona ai amrgini degli stagni riuscirono a far uscire i cavalli dalla melma e a dirigerli verso il punto convenuto.
Vedendo che Thobias faceva lo stesso con il suo plotone Sebastian ordinò ai suoi di correre al riparo.
Quanto arrivarono alla formazione rocciosa si resero conto che presentava una perfetta forma circolare, cava all'interno, il che rappresentava che un tempo doveva essere una qualche forma di costruzione.
Il capitano non arrivò mai.
Una freccia ne bloccò la corsa a pochi metri e fu appena possibile recuperarne il cadavere.
I due tenenti non poterono far altro che far disporre i loro uomini nel miglio modo possibile lungo il perimetro chiedendo loro di cercare di non sprecare frecce.
I cavalli furono posti al centro e dove fu possibile fu bloccata la bandiera della compagnia in modo che indicasse la loro posizione.
L'unica cosa che poi poterono fare fu cercare di mantenere alto il morale degli uomini.
In seguito ad un primo e disorganizzato attacco i barbari che infestava quelle contrade cercarono in vari modi di rompere il cerchio difensivo.
Prima cercando di far crollare il morale dei difensori con urla belluine o mostrando il loro numero di fran lunga superiore ai 50 uomini presenti dentro il circolo di pietre.
Poi provarono a piegarli con un attacco in cui far valere la forza del numero sulla qualità e l'addestramento militare.
Poi provarono a lasciare in pace i difensori per tentare un assalto nella calura del mezzogiorno.
Ripeterono attacchi su attacchi ad ogni ora del giorno e della notte per un paio di giorni.
Sebastian e Thobias si resero conto che anche se uscivano a recuperare le frecce quando i nemici si ritiravano, queste stavano visibilmente a diminuire di numero, ormai sempre più soldati erano feriti o malconci e non potevano che dare un aiuto parziale alla difesa, provare una sortita forse avrebbbe potuto salvare un esigua parte di loro, ma sicuramente sarebbe stato un massacro e avrebbe condannato chi non riusciva più a reggersi in sella.
La paura cominciò ad aleggiare in loro.
Per arrivare fino a lì c'erano voluti tre giorni, ciò voleva dire che anche correndo Wilfred non sarebbe tornato con i soccorsi se non dopo almeno altri due giorni.
Fu sera e fu mattina e poi di nuovo sera.
Dei cinquanta uomini di abili ne rimanevano meno di trenta, la bandiera aveva l'asta spezzata ma in qualche modo garriva ancora sopra la loro posizione,
Cominciava a mancare l'acqua, visto che arrivare ai ruscelli nell'ultima giornata era diventato impossibile e ancora all'orizzonte nulla faceva presagire l'arrivo di rinforzi.
I due tenetni si prepararono all'ennesima notte di agonia, all'ennesimo attacco.
Quella notte, forse perché i barbari avevano capito lo stato in cui versavano i difensori lancirono un attacco più duro e cruento del solito, arrivarono ad ondate silenziose, una, due, tre volte e ogni volta furono ricacciati.
Poi di nuovo e di nuovo ancora, cosiché ai difensori sembrava non dovessero finire mai, che non fossero ondate ma un'unico infinito attacco, infinito come quela notte.
Poi arrivò l'aurora e con essa la luce, da mezz'ora gli attacchi sembravano essersi calmati.
Di uomini abili non ne rimanevano che una decina comrpesi Sebastian e Thobias che malgrado le ferite riportate ancora si reggevano in piedi.
Una ltro attacco come quello di quella notte e sarebbero stati spazzati via.
Poi giunsero le grida dall'esterno.
Ad est, all'imboccatura della valle dalla quale provenivano si levò un gran polverone.
Dalla cima dei massi i soldati poterono osservare che con le tenebre se n'erano andati anche i loro nemici, probabilmente consapevoli dell'attivo dei rinforzi.
Stanchi e laceri ad accogliere Wilfred che aveva guidato il resto del reggimento fino a lì stavano in piedi i due tenenti, felici di poter osservare un'altra lab di vita.

Cut

Allora, due sono le cose: o quell'uomo non ha capito niente dell'economia politica oppure ci stà raccontando un mare di balle.

Mi riferisco a Berslusconi.
Questo personaggio, che a oltre settant'anni si definisce e si fa definrie la novità della politica Italiana mi sconcerta.
Io spero che qualsiasi studente di Economia o materie affini gli faccia dare un'occio alle statistiche e ai numeri e alle elementari e basilaie leggi che governano l'economia politica!
Adesso, ultima delle sue sparate dice di vole abbassare le tasse soto il 40% e, fatto salvo che non sono poi troppo diverse da quelle nel resto d'europa, non ha parlato di come vuole pagare quei servizzi che per forze di cose viva Dio dovrà pagare in qualche modo visto che non ha detto di volerli tagliare.
Inoltre sarà che gli italiani di economia ne capiscono limitatamente ma forse l'opinione pubblica non si è resa conto che se si abbassano le tasse parte dei servizzi rimarranno privi di quei soldi che servono per pagarli.
Dove li vuol trovare? Ha la possibilità di creare un nuovo sistema per la produzione di ricchezza o darà alla nazione il suo patrimonio personale?
Io spero che nella laurea che ha non ci fossero esami economici altrimenti i professori se fossero ancora vivi si starebbero suicidando in questo momento.
La cosa più fastidiosa è che poi accusa la sinistra di non rispettare mai il programma, ma a me uno che dice "Vi prometto che faremo questo certamente, ma, guardate, la situazione è critica, non so se ce la faremo" un pò mi puzza, un pò tanto.
E soprattutto, rifarà il patto con gli italiani, non l'ha rispettato una volta a che gli serve quest'inutile farsa? Questa baracconata?
Non ha proposte concrete, sparla e basta dicendo quanto male han fatto gli altri, non riesce a proporre un programma, lo scrive dopo che gli altri son già stati scritti e accusa gli altri di aver copiato. O è pura fantasia o è matto.
Inoltre per tornare alle tasse, propone di taagliarle, meno soldi ancora per pagare l'enorme debito pubblico che abbiamo, ma non ci si rende conto che se non lo si diminuitsce forse continueremo a pagare un ammontare d'interessi via via crescenti?
Non ci si è resi conto che se si abbatte quel mastodonte poi ci saranno i soldi per poter fare molto di più dare servizi migliori offrire all'Italia un futuro più tranquillo?
Meglio la proposta di Casini che propone di vendere ENI, Enel e compagnia briscola.
Non risolverebbe i problemi ma almeno abbatterebbe il debito pubblico.

Genius

Leggevo oggi sul supplemento del Corriere della Sera "Style Magazine" una presentazione interessante su alcuni economisti, ritenuti dei geni.

Io ora mi scuso per la mia mancanza di fede ma non riesco proprio a capacitarmi del concetto di Genio.
Sarà che non sono mai riuscito a trovare nessuno che mi desse l'impressione di trovarmi di fronte ad una mente superiore, sarà che di fatto non credo di aver mai trovato nessuno che riuscisse a dimostrarsi a tal punto più intelligente di me da costringermi a ritenerlo un genio.
Non credo nella genialità, credo che ci siano persone più o meno portate, più o meno inclini per una determinata materia o disciplina.
Ci sono delle intuizioni brillanti, delle menti molto acute, ma che esistano delle persone che in generale sono più intelligenti di altre mi risulta difficile da comprendere.
C'è che parla di bambini prodigio, che riescono a fare cose che ragazzi che hanno cinque, dieci, quindici anni più di loro nemmeno sanno capire.
Per me sono semplici predisposizioni.
Oppure i casi di geni, quelli veri, che sanno applicare a tutti i campi un'innata intelligenza unita ad una vervida immaginazione a tal punto sviluppata da saper immaginare soluzioni nuove, alternative, mi sa che si possono contare sulle dita delle mani.
Dare per scontato che una persona è un genio in una materia ci fa credere che sia in essa infalibile, ma una delle poche cose dimostrabili è la che l'uomo sbaglia.
Se io sono certo che un ragazzo è un genio nell'economia magari mi fiderò cecamente di lui a tal punto da affidare completamente a lui il mio patrimonio con il rischio di uno scossone non previsto dell'economia che mi fa perdere tutto il capitale.
E' una semplificazione eccessiva quella del genio, una banalizzazione puerile, che ci porta a voler credere, a voler sognare delle persone con la mente così addentro ad una determinata materia da essere pressoché infallibili.
Fino ad oggi un certo noto fisico era considerato come colui che aveva sviluppato una teoria certa, quella sulla relatività.
Aveva l'immagine perfetta per il genio, una mente brillante presa da teorie dalmente superiori da quelle sviluppate dai comuni mortali da essere completamente avulsa dal mondo materiale al punto da dimenticarsi il calzini (C'è anche chi dice che fosse sì un genio, ma di marketing e che avesse costruito intorno alla fama che gli aveva dato la scoperta un'immagine che lo rendesse capace di srfuttare questa fama...).
Ora sembra che altri scenziati stiano cercando di dimostrare che quella teoria ha qualcosa di sbagliato.
Così che quello che prima faceva del uomo un genio ora potrebbe dimostrarsi sbagliato.
E una teoria è vera solo fino a che non si dimostra il contrario.
Così il genio potrebbe non essere tale, potrebbe semplicemente essere colui il quale al seguito di un'intuizione geniale, ha aperto una strada per risolvere un problema a cui nessuno aveva mi pensato prima.

Free Mind

Alcuni mesi fa sul Corriere era uscito un'interessante articolo sull'impossibilità per l'attuale destra Italiana di avere dei seri e validi intellettuali che ne supportino le idee.
Mi ricordo che buona parte delle cause venivano ricercate nel modo che ha Berlusconi di intendere la politica, nel modo in cui questi intende la vita pubblica, quasi come una passerella in cui potersi farsi osannare e in cui nessuno può presentargli un parere critico.
E' ovvio che questo vale per quelli che stanno dalla sua parte perchè è lecito all'avversario criticare.
Quello che un pò mi fa pensare è quanto accadrà una volta che il sistema in fieri che ci si prospetta diventerà realtà, assumendo la forma piena.
I partiti marginali, con la pesante campagna sul voto utile potrebbero subire un collasso non indifferente alle prossime elezioni e così potrebbe innescarsi quel movimento, auscpicato da molti ma temuto da altri che dal bipolarismo dovrebbe portare al bipartitismo.
La cosa è molto più complessa di come la fanno certi partiti, viste le peculiarità che presenta l'italia, con alcune regioni pesantemente influenzate da submovimenti di stampo e carattere mafioso, altre macroregioni in cui il desiderio di autonomia e la stanchezza per una ricchezza che parte senza tornare, nemmeno sotto forma di rappresentanza (vale sempre il principio inglese del no rappresentation without tassation valido anche all'inverso...), se poi si aggiungono le pretedese di autonomia delle minoranze presenti nel terrotorio il mosaico che si presenta non è certo di quelli più chiari e limpidi (e lascio perdere certi movimenti che parlano di terrotorio mai esistiti per cui viene richiesta un'indipendenza immotivata).
Questo movimento verso l'accorpamento mi fa pensare che sì, si cercherà di fare in modo che la politica nazionale sia più stabile, ma che saranno anche molto meno tollerate certe forme di dissenso all'interno dei partiti.
Il fatto di avere grandi numeri fa si che sia facile ridurre uno in minoranza, costringendolo al silenzio, fa si che sia facile cacciare uno per incoerenza con le direttive partitiche senza che di fatto la cosa sia sentita più di tanto.
Il libero pensatore, quello che dovrebbe essere un elemento fondamentale del partito, capace di avere quel giusto spirito critico che renda possibile l'analisi delle cose che non vanno potrebbe così trovarsi spiazzato, superato da lecchini, portaborse e servizievoli cortigiani che faranno di tutto per supportare la linena maggioritaria del partito ed i suoi leader.
Mi inqueta al quanto pensare a due soli grossi partiti, anche per l'immaturità politica italiana che sembra essere così impreparata all'essere propositiva che l'unica cosa che le riesce è il tentativo di attacco all'avversario, la sua demonizzazione, il suo vilipendio, con un incediarsi delgi animi e nulla più.

giovedì 28 febbraio 2008

Wolf's legend Chapter three part three

TREE

Dopo la congiura e la sua fredda e sistematica repressione le cose in città cambiarono repentinamente.
vedendo che non era possibile sbarazzarzene gli oligarchi cercarono di entrare in confidenza col comandante che tuttavia, essendo ormai passati mesi dal suo arrivo in città aveva trovato in quella classe cittadina in cui era riposto il malcontento verso i vecchi signori della città dei collabori affidabili e motivati.
Gli oligarchi avevano quindi trovato nel loro rifiuto a collaborare una lama a doppio taglio con la quale avevano finito per ferirsi.
Il loro ruolo in città andò via via dimunendo finendo per trasformarli nello zimbello di tutto il popolo.
Passavano i mesi e quelle attività che prima erano sembrate a Sebastian tanto ostiche ora apparivano naturali.
Certo non era certo che sarebbe mnai stato bravo la metà di Thobias nel comporre e recitare poesie, ma la cosa più di tanto non lo sconvolgeva.
La vita a palazzo l'aveva irrobustito e l'età gli aveva dato l'altezza che era stata di suo padre.
Ormai Maurice si fidava abbastanza di lui da affidargli un ruolo reale nell'esercito e da inviarlo insieme a piccoli gruppi di soldati in perlustrazione nei territori circostanti.
Il fatto che fosse uno del luogo gli dava accesso alla fiducia di una popolazione chiusa e difficile da trattare.
Sentendo che era uno di loro i contadini lo accettavano e gli aprivano menti e cuori facendo l'elenco di tutte le lagnanze cosicchè gli invasori risultarono sempre meno invisi alla popolazione.
I banditi furono cacciati dai dintorni e molti di essi tornarono ai campi che gli erano stati sottratti con la violenza o l'inganno.
Sul finire del secondo inverno arrivò in città dal Sud Aeren, figlia della sorella di Maurice. Un fulmine a cel sereno per Sebastian.
La delicata fanciulla che scese dal carro lo abbagliò completamente.
Veniva insieme ad un gruppo di cavalieri che oltre a scortarla portavano messaggi per il comandante.
Nei giorni successivi il comandante fu completamente racpito dagli ordini e dalle direttive che arrivavano dalla capitale cosiché Sebastian che solitamente gli fungeva da aiutante aveva molte tempo libero.
Si trovò a passeggiare per i cortili del palazzo con Aeren, o a pensare a lei, o ai suoi occhi, o alla sua voce, o a ... si insomma ad altre cose per cui Thobias si prendeva gioco di lui dicendo che ci si perdeva come un orso con del miele.
La fanciulla l'aveva stregato e lui non riusciva a togliersela dalla testa, quel suo sguardo angelico, quella sua cmminata leggiadra.
Un angelo scieso in terra.
Si accorse di sperare di poterla incontrare da solo nei corridoi bui del palazzo dove avrebbe potutto dichiararle il suo bruciante e incondizionato amore, come facevano i cavalieri nelle storie che aveva letot nei libri.
Si accorse di tentare in tutti i modi che tutto ciò accadesse, però capitava sempre che esattamente in quel momento passasse Simeon o Thobias o wilfred o chiunque altro, oppure che quelle parole che, a lui, sembravano così chiare prima d'incontroarla, mancassero improvvisamente.
Accadde a fine maggio, quando i gelsomini del palazzo cominciavano ad essre in fiore che si trovasse per caso seduto a cntemplare l'albero del cortile interno del palazzo.
Thobias l'aveva avvisato di una cosa, di non fidarsi di sua cugina, che non era così angelica come sembrava, che doveva stare attento che... come fare a non fidarsi di un angelo simile?
E lei apparve lì
all suo fianco.
I suoi occhi si persero in quelli che sembravano quelli di un cerbiatto, due stelle estirpate dal cielo per essere incastonate in quel viso stupendo...
e quelle labbra, sempre più vicine, sempre più profumate...
I giorni passarono e Sebastian camminava ad un metro buono da terra, tutto gli sorrideva, il mondo era bello, il sole splendeva più brillante che mai fino a quando non vide Aeren che baciava con uguale trasporto Jerome, il viziato e arrogante damerino sciupafemmine della città.
Ci sarebbe stato un giovane morto in città se quella sera Maurice non avesse dato l'ordine di raccogliere l'equipaggiamento che l'esercito doveva partire verso il nord.
Era guerra.

Wolf's legend Chapter three part two

LIVERY

La vita nel palazzo era diversa da quella che aveva affrontato fino ad allora.
Era stato abituato ad una vita semplice, senza particolari rituali.
Era abituato ad una vita dura, fatta di schiaffi e percosse, di lavoro nei campi dal sorgere del sole al suo tramondo.
Non era abituato all'etichetta alla forma, al dover presentarsi in un certo modo. Non era abituato a tante cose, non era abituato al bagno da farsi tutti i giorni o quasi, non era abituato a doversi inchinare a quelle che improvvisamente erano sembrate essere una miriade di dame cittadine.
Non era abituato a stare dentro un'angusto spazio a cercare di decifrare segni e simboli su di un foglio di carta, non era capace di ripetere decine e decine di volte gli stessi movimenti che il maestro di scherma gli insegnava e gli faceva ripetere fino al dolergli delle spalle.
Certo la spada per chi aveva vissuto anni a contatti con gli attrezzi dei campi poteva sembrare anche leggera ma dopo un pò, dovendola muovere con movimenti che gli risultavano innaturali, e dovendo ripetere in continuazione i vari desegni dell'arte della scherma la cosa risultava faticosa.
Wilfred sembrava francamente più adatto a quel genere di vita a cui si era subito adeguato di buon grado.
Riusciva più agevoltemente in tutte quelle cose e i suoi capelli ricci e lunghi facevano si che ben presto fosse il beniamino dell'intera corte.
Tuttavia c'era qualcosa in cui Sebastian risultava portato, erano le lezioni di tattica. La cosa gli sembrava sempre chaira, lampante, talmente limpida da essere semplicissimma, a delle volte addirittura banale.
Venivano educati insieme con i figli di Sestant, e ciò aiutava molto Sebastian che aveva trovato in Thobias un compagno ideale.
Condividevano molti punti di vista malgrado la diversa estrazione sociale, erano entrambi due menti lineari e brillanti e spesso fungevano da compensatore l'uno dell'altro.
L'altro figlio Simeon era completamente diverso.
Dove Thobias era alto e atletico Simeon presentava un corpo minuto e gracile, con una pelle diafana e un capello corvino che gli ricadeva lungo sulla faccia, presentando sempre una quantità di unto che dava un aspetto trasandato e sgradevole.
Aveva un portamento curvo, con uno sguardo sgradevole e malevolo.
A Sebastian il ragazzo era rimasto quantomeno indifferente mentre con Wilfred erano subito nati molti motivi d'attrito.
Tra tutti, anche considerando l'inesperienza dei due nuovi arrivati Simeon era il meno abile in tutte le attività che considerassero una qualche forma di esercizio fisico e anche nelle altre c'era sempre uno degli altri tre che risultava migliore di lui, cosicché nessuno lo considerava il migliore in qualche cosa, facendogli nasccere un'innata antipatia verso tutti gli altri.
La benevolenza che la corte poi dimostrava per Wilfred lo faceva andare in bestia.
Ormai il contingente militare aveva assunto il controllo della città da alcuni mesi in un progetto a più ampio respito che preedeva di riunire vasti territori in quella che un tempo era stata l'organizzazione statale precedente alla caduta.
I vecchi potentati erano crolalti alsciando spazzio all'amministrazione militare garantita dall'esercito.
Buona parte del popolo appoggiava questa forma di governo retta e giusta, alquanto insensibile a quelli che erano stati i precedenti privilegi locali cosa che non tardò ad attirare gli odi di coloro che in precedenza ne avevano usufruito.
Ben presto, in occasione di una festa che si sarebbe tenuta presso il palazzo del governatore, Maurice Sestant, era stato stabilito si avrebbe tentato un colpo di mano per destituire e scacciare gli "invasori" e reinstaurare il governo che era stato dell'oligarchia cittadina.
In questa congiura non avevano un ruolo Jerome e Ursus, figli del sindaco impiccato da Maurice, ma essendone a conoscenza, avevano deciso di vendicare contro i due fratelli accolti in casa del comandante l'umiliazione del primo e la legnata presa dal secondo.
Sebastian aveva ora ufficialmente il ruolo di paggio del comandante, che voleva così averlo sotto gli occhi tutti i giorni, per potersi rendere conto se le sue azioni sarebbero state ripagate.
Quella sera, in quanto paggi dovevano ricoprire il ruolo di guardie d'onore, visto che con l'unica eccezione di un ristretto gruppo di guardie del corpo, al corpo di guardia del palazzo era stata concessa una serata di riposo.
Tanto a nessuno sarebbe venuto in mente di assalire il comandante nel mezzo della città.
La serata iniziò tranquilla, a ridosso dell'ora d'inizio si presentarono alla spicciolata a palazzo tutti gli invitati che venivano introdotti alla presenza del comandante.
Non c'era in loro nulla di strano e Thobias e Sebastian li facevano passare senza nemmeno attuare particolari controlli.
La serata trascose a lungo pigramente, come quasi tutte le feste date a palazzo.
Non c'era nulla di strano e insolito.
Quando improvvisamente ecco apparire di corsa Wilfred.
Arrivava dalle stalle dove aveva condotto gli animali degli invitati che provenivano da più lontano.
A ridosso della porta che dava sulla strada aveva sentito due voci, che parlavano senza nemmeno badare troppo al tono di voce, di quello che avrebbero dovuto fare una volta che i fossero scoppiati i disordini all'interno della sala grande in seguito all'assasinio di Maurice.
I givoani non vollero credere immediatamente alle parole del piccolo, ma Wilfred era tanto convinto di quello che diceva che Thobias lo accompagnò dal padre lasciando solo Sebastian.
Il ragazzo notando lo strano silenzio che aleggiava di fronte al palazzo e alla strana mancanza di gente che si solito aveva visto assieparsi li di fronte in occasione delle feste comincò ad inquietarsi.
Per sicurezza chiuse le inferiate, lasciando aperta solo una piccola porta che avrebbe permesso il passaggio di una persona sola e per di più a piedi.
Improvvisamente apparveero dalla nebbia un paio di figure che si dirigevano chiaramente verso di lui.
Intimò loro l'alt e ordinò che si facessero riconoscere.
Questi estratti dei pugnali gli si fecero incontro di corsa.
Sotto l'impeto degli assalitori il giovane che ancora aveva degli impacci a gestire la spada fece la cosa che più gli venne naturale, entrò nel palazzo e sbarrò il portone rendendo di fatto impossibile ai due seguirlo.
In quel preciso istante dal piano superiore vennero urla e rumori di scontro.
Sebastian assicuratosi che i due all'esterno non potessero entrare sguainò la spada, sentendosi un perfetto idiota e si lanciò su per lo scalone che conduceva al piano nobile.
Quando ancora non fu giutno alla sommità, dalla porta che dava alla sala delle feste uscirono alcuni uomini di corsa.
Uno gli piombò addosso e il giovane non pote far altro che cercare di evitarlo ma facendo così in modo di sbilnaciarlo a tal punto da farlo precipitare dalla balaustra vicina fino al pian terreno.
Non era troppo alto e forse sella sarebbe cavata con delle fratture.
Un altro lo colpì in pieno e finirono quasi epr cadere entrambi giù per le scale se non fosse stato che Sebastian si era aggrappato al corrimano ed era a stento rimasto in piedi.
Altri ne seguirono e tutti si diressero giù di corsa verso le stalle.
Dalla porta emerse Maurice circondato dagli ufficiali del contingente e dalle guardie del corpo che formavaono al suo fianco un cerchio difensivo.
Nessuno di loro appariva ferito ma gli sguardi preannunciavano morte.
Wilfred e Thobias erano giunti un attimo prima che il paino venisse messo in pratica così da dare a Sestant la possibilità di difendersi e sventare l'attentato.
I congiurati confidavano nel portone che rimaneva sempre aperto per poter scappare. Ma quando arrivarono alla fine dello scalone videro il portone sbarrato che precludeva loro la via di fuga.
Intanto dalle vicine caserme accorevano le prime guardie che attirate dalle urla e dal trambusto venivano ad assicurarsi delle salute del proprio signore.
Prima che i congiurati potessero capire cosa succedeva Sebastian e Thobias avevano aperto le porte non per farli fuggire ma per far si che potessero etnrare i cavalieri e i soldati del comandante.
Sebastian aprendo le porte si accorse che le due figure che l'aevano costretto a chiudere la porta erano spariti senza lasciare traccia.
Alcuni giorni dopo all'esterno delle porte della città furono impiccati ventisette nobili locali.
Tra questi il fratello del sindaco impiccato.
Sebastian si era guadagnato la sua livrea.

Wolf's legend Chapter three part one

ON DUTY

Il sole filtrava dalle imposte, per chi era vissuto da sempre in campagna era impossibile immaginarsi di svegliarsi col sole già alto.
La stanchezza e gli stenti però l'avevano stremato.
Non si ricordava più cos'era successo la sera prima, si ricordava che era quel momento, in una sera d'estate in cui, pur non essendoci più il sole, ancora c'è abbastnza luce per vedere.
Improvvisamente si ricordò del fratello, che dormiva tranquillo accanto a lui.
Si ricordò di quel cavaliere, Maurice, o come aveva detto di chiamarsi. Si ricordava che...
No non si ricordava più nulla, gli doveva essere svenuto di fronte, e non si ricordava nemmeno ora dove si trovava di preciso.
La stanza era spaziosa, areata, e vi penetrava un dolce profumo di fiori di gelsomino.
Si rese conto di essere in un letto diverso da quelli che aveva usato finora, non un tavolaccio, non un pagliericcio ma un letto, vero, come quelli che si dicevano avere i nobili.
Si accorse di essere nudo, pulito, come dopo il bagno che la madre lo costringeva a fare una volta l'anno.
Ai piedi del letto, vide su di una sedia, dei vestiti, una casacca leggeere, dei pantaloni e dei morbidi stivali.
Lo stesso si trovava di fronte al letto del fratello.
Immaginò fossero per lui.
Facendo attenzione a non svegliare il fratello si alzò e si vesti in fretta dirigendosi poi verso la porta che stava in fondo alla stanza.
Uscì su di un pegolato in pietra, sopraelevato su quello che doveva essere il cortile interno di un ricco palazzo.
All'interno un giardino dava un attimo di colore ad un luogo altrimenti grigio e morto per chi, come Sebastian era abituato alla natura e agli spazzi aperti.
"E così ti sei svegliato"
Da un lato vide arrivare, vestito in livrea blu, un ragazzo di circa la sua età.
L'uniforme che portava era la stessa dei fanti e dei cavalieri.
"Piacere sono Thobias, il figlio di Maurice, il cavaliere che ti ha recuperato ieri.
Mio padre mi ha mandato a vedere come stavi, ma, visto che sei sveglio, tanto vale che glielo dici tu, vero?"
Il sorriso sul bel volto del giovane era contagioso, e Sebastian si tranquillizzò un pò.
Temeva ce l'avessero con lui per quel giovane che aveva colpito con il bastone.
Thobias condusse Sebastian giù per alcune scale e all'interno di vari corridoi in cui sicuramente il ragazzo si sarebbe perso.
Lo guidò fino ad una grande stanza in cui entrò facendo aspettare fuori il giovane ospite.
Dopo un minuto ecco che la porta gli fu aperta e una voce profonda lo invitò ad entrare.
Maurice Sestant era un uomo imponente.
Alto ben oltre la media, spalle alrghe e ben piantate, una ciccatrice a dargli un segno di durezza sulla guancia con una folta barba squadrata che ne ricopriva la fine.
I capelli erano ancora di un nero corvino anche se il grigio compariva sulle tempie.
Doveva avere sui trentacinque quarant'anni.
Vestiva un uniforme blu, come il fiblio, bordata d'argento in segno del suo grado probabilmente.
Lo studio in cui si trovava doveva essere un tesoro dell'età antica, completamente ricoperto di legni presentava sulle pareti lunghe librerie cariche di libri.
Il pavimento era coperto da intarsi di legni e il soffitto interamente affrescato con scene di persone nude di cui il giovane contadino non capiva il senso.
"Bene - gli fece la voce cavernosa di Maurice- vedo che ti sei ripreso. Bene ragazzo, almeno potrò capire la tua vera storia.
Mi hai creato non pochi problemi colpendo quel giovane -disse rassicurante veedendo sbiancare il ragazzo- ma credo che tu abbia fatto bene, anche se ti sei fatto dei nemici.
Mi sono fatto raccontare la tua storia dalla gente dei bassifondi, temo una storia simile a molte altre, senza più un padre, senza più una madre, da soli te e tuo fratello ad arrangiarti.
Ho visto la morte di tuo padre, la causa è della città.
Non posso fare niente per restituirtelo, ma posso cercare di aiutarti.
Che ne diresti di entrare al mio servizio?"
Il volto di Sebastian si rigò di lacrime, forsee finalmente sarebbero usciti dalla strada.

Quiet


Come si può notare ultimamente non ho scritto nulla di particolare, almeno da alcuni giorni a questa parte su come mi sento.
Parlandone con qualcuno mi è stato chiesto se per caso ho raggiunto il nirvana, questo no, ma, forse, sono riuscito a ricostruirmi un mio equilibrio interno, mi sono liberato dalle gabbie mentali che mi ero costruito e posso dire di sentirmi di fatto più leggero.
E' importante perchè mi sono reso conto che tante cose dipendevano anche da questo, la poca voglia di fare, il desiderio di essere altrove, l'idea di non farcela e di volersi arrenderre pur di farla finita.
La voglia di non combattere perchè tanto era inutile, niente sarebbe cambiato, l'idea che tanto il nostro apporto non porta nulla, tutto dovuto ad un unico grande ostacolo, ad un unico blocco interiore, rimosso quello le acque della vita sembrano essere tornate a scorrere verso quell'immenso e meraviglioso mare che è il futuro.
Il futuro si preannuncia roseo, come un alba primaverile, e sentire il vento che gonfia apoppa le vele, da una sensazione ineguagliabile.

Wolf's legend Chapter two part two

BAND


La vita dei poveri in città si fecce di giorno in giorno più difficile.

Se poi eri un ragazzo la cosa diventava intollerabile.

Bloccati nei loro momenti di baldoria dai soldati che adesso presidiavano le vie, i giovani aristocratici non trovavano di meglio che andare nelle fogne della città, così chiamavano i lugubri ammassamenti di poveri dove era più difficile trovare un soldato di ronda che potesse bloccarli, ad inseguire qualche ratto, così chiamavano i derelitti.

Le vittime predilette erano vecchie bambini, erano gli indifesi, gli ultimi della scala sociale.

I modi di divertirsi erano molteplici, dal giocare a chi riusciva per primo a cogliere la verginità di una ragazzina, a vedere chi riusciva a far scartare il più vicino possibile il cavallo ad un vecchio paralitico, contare il numero di legnate che servivano ad ammazzare uno storpio, vedere per quanto un ragazzino riusciva a correre più veloce di un cavallo al trotto che lo tallonava da dietro.

Una delle prime vittime era stata la madre di Sebastian al ritorno dal palazzo signorile.

I meno meritevoli, quelli che commettevano qualche imprudenza, o arrivavano per ultimi al gioco erano costretti ad offrire da bere agli altri, che poi, ubriachi tornava a dilettarsi ai loro giochi.

Sebastian cercava sempre si stare fuori dalla portata di simili personaggi, e cercava di fare in modo che anche il fratello ne stesso lontano.

Ma per Wilfred era impossibile stare lontano da quel mondo che lo affascinava, dai vestiti lucenti dei giovani, dai loro splendidi cavalli, dalle loro risate allegre.

Il fratello minore non si sapeva come era sempre riuscito a scamparne ma non sarebbe stato fortunato per sempre.

Un giorno Sebastian si rese conto che il fratello mandato a comprare un tozzo di pane con i pochi spiccioli che avevano tardava a tornare.

Non era da lui.

Decise di dirigerglisi incontro per vedere di rimproverare quel suo ritado ingiustficato.

Camminava tra pozzanghere e liquami, tra rivoli di melma e cenci abbandonati da chi non era proprio più riuscito a farci nulla quando senti delle risate allegre, un suono dimenticato in certi luoghi se non subito prima che scoppiasse qualche guaio.

Vide un gruppo di giovani aristocratici disponti in cerchio, un altro paio stavano indietro a tenere i cavalli.

In mezzo ai giovani stava un ragazzino, macilento e piegato, stringeva a se una pagnotta di pane, come se fosse stato il suo bene più prezioso.

Veniva deriso, preso a calci e pugni, gli sputavano addosso, deridendolo e malmenandolo.

In quel ragazzo Sebastian riconobbe Wilfred.

Non si ricordò esattamente cosa fece.

Qualcuno disse che con un bastone trovato per caso chissà dove aveva assalito quei ragazzi, spaccando la testa ad uno e nel momento di scompiglio creato preso il fratello scappando insieme a lui.

I giovani aristocratici avevano detto di essere stati assaliti da una torma di mendicanti che volevano il loro oro e le loro vite.

Sebastian era scappato, conosceva perfettamente quelle viette, quei tuguri dimenticati da Dio e sapeva che nessuno l’avrebbe aiutato, lui e Wilfred dovevano nascondersi.

Ma qualcosa glielo impedì.

Di fronte a lui comparvero improvvisamente cinque uomini enormi, vestiti di abiti ricamati con oro e argento, portavano guanti di ferro e al loro fianco pendevano enormi spade.

Proprio in quel momento arrivarono i giovani aristocratici, a guidarli, il primo ad arrivare, il figlio del sindaco che era stato impiccato il giorno della liberazione.

Non fece nemmeno caso alla guardia.

Si lanciò con un pugnale in mano per colpire il giovane che aveva quasi ucciso suo fratello.

Non ci arrivò nemmeno vicino.

Il soldato contro cui aveva sbattuto Sebastian scavalcò il ragazzo e si frappose tra lui e l’aggressore.

Lo colpì in pieno volto con un manrovescio.

Lo stese a terra e quando questi si rialzò puntando il coltello alla gola lo disarmò e lo sollevò tenendolo per il collo.

Gli altri giovani che avevano provato a reagire si trovarono di fronte un muro di spade sguainate.

“Tu non sai chi sono io”

Disse l’aristocratico con quel rantolo di voce che gli usciva dalla gola strozzata.

“Si che lo so, lo so benissimo, e non provare a minacciarmi, contro di me non puoi nulla. Io sono Maurice Sestant. L’uomo che ha fatto impiccare quel corrotto di tuo padre.”

Il giovane sbiancò, e come se avesse visto uno spirito i giovani aristocratici scomparvero dalla via, lasciando i due fratellini soli con il comandante dei cavalieri.

“Sai ragazzo? Stavo proprio venendo a cercare te”

Wolf's legend Chapter two part one

INTO THE CITY

C’era aria nuova in città, qualcosa era cambiato, dopo la fine dell’assedio e l’arrivo dei nuovi venuti le cose erano sembrate cambiare.

Per i primi giorni non c’era altro argomento di discussione all’infuori di loro, all’infuori di questi cavalieri nelle loro armature splendenti, del loro comandante e di come di colpo le cose fossero cambiate.

La milizia vedendo come agiva era stata sospesa da tutti i suoi incarichi.

Erano stati riarruolati solo i più meritevoli e molte delle cariche cittadine sospese fino a che non fosse stato trovato un uomo degno di ricoprirle.

A pattugliare le strade erano arrivati dei fanti vestiti alla stessa maniera dei cavalieri e nello sguardo gelido si leggeva che non sarebbero stati tollerati disordini o infrazioni alle leggi.

I poveri ed i contadini ancora stavano dove erano stati fatti accampare al loro arrivo.

Sembrava che malgrado tutto sempre poveri e derelitti fossero.

Qualcuno più intraprendente aveva provato a tornare alle fattorie, ma senza buona parte degli uomini mandati al macello durante la battaglia era un’impresa improba.

Come ci si poteva sentire se improvvisamente il mondo ti crollava addosso?

Sebastian doveva rimanere con Wilfred, con il fratello, perché la madre per poter comprare di che vivere era entrata in servizio presso una ricca famiglia che le aveva affidato il ruolo di sguattera.

Non le fu permesso di portare i figli con lei dentro il palazzo signorile perché chissà quali orrendi crimini avrebbero potuto mettere in atto al suo interno.

Così Sebastian rimaneva, senza niente da fare, quasi tutto il giorno con il fratello.

Persi, abbandonati a se stessi nei pressi del povero carro con quanto rimaneva dei loro averi.

Una tetra baracchetta che il padre aveva tirato su faceva da contorno.

Era lì, senza far niente, solo con il suo dolore.

Un dolore lancinante, straziante di chi ha perso il perno della propria vita.

Un vuoto interiore, profondo, che ti divora l’anima a poco a poco.

Gli sembrava che fosse un istante eterno, destinato a non morire mai, quello in cui aveva visto la testa scura di un uomo lontano colpita da un ascia rompersi sotto il peso dell’attacco e non aveva più capito nulla.

Aveva visto suo padre crollare. Ne aveva avuto la certezza solo quando era riuscito a raggiungerne il cadavere.

Ed ora non sapeva darsene una ragione.

Money


Prima di continuare con il racconto una breve parentesi su un'altro argomento.
La Fed sta per tagliare nuovamente i tassi d'interesse, ciò per la teoria economica vuol dire che le loro esportazioni saranno più convenienti, che in teoria lì ci sarà ripresa economica e che da noi la situazione dovrebbe peggiorare con una riduzione delle esportazione ed un aumento delle importazioni.
Fortuna vuole che l'Europa non è agganciata solo agli USA, che ha diversi partner commerciali differenziati in giro per il mondo in cui la valuta non subisce quanto sta subendo il dollaro, e ha un mercato interno sempre più esteso, sempre più maturo, che può assorbire buona parte della produzione interna.
Semmai a pagarne le conseguenzae siamo noi Italiani con le nostre esportazioni nei prodotti diu lusso che all'estero cominciano ad avere prezzi proibitivi.
Se la BCE non taglia i tassi tuttavia il ritmo di crescità europeo ne risentirà e si potrebbe rischiare una nuova fase di stagnazione.
E se l'economia non corre è inutile cercare di bloccare l'inflazione.

mercoledì 27 febbraio 2008

Wolf's legend Chapter one part three

Parte terza

THE BRIDGE

Il grano era stato mietuto in tutta fretta, e caricato sui carri ceh poi erano stati fatti traghettare oltre il fiume.
I vecchi ponti erano caduti o quelli ancora utilizzabili ad oltre una giornata di cammino.
Certo non era il massimo mietere il grano in quel periodo, probabilmente non era ancora del tutto maturo, ma era meglio poter contare su delle provviste piuttosto che su nulla.
I vessilli scuri apparsi all'orizzonte erano l'annuncio che qualcosa di diverso dalle solite bande di predoni erano in arrivo.
Era l'avanguardia di un esercito ben più numeroso, ma già da soli avevano raso al suolo diversi paesi lungo la strada che conduceva a nord.
Erano stati risparmiati solo i paesotti e le cittadine più grosse, quelle che nell'evo medio erano dotati di mura o che erano state in crado di costruirne in muratura dopo la caduta.
Erano state risparmiate solo fino all'arrivo del grosso delle marmaglie che avanzavano sotto quei vessilli di morte, che le avevano messe a ferro e fuoco senza lasciare sopravvissuti.
Sul loro cammino si trovavano ora solo un paio di cittadine prima della città.
Gli abitanti delle campagne dopo aver saputo cos'era successo alle altre cittadine non avevano avuto dubbi e si erano affrettati a preparare armi e bagagli per cercare difugio in città.
Avrebbero pagato l'accesso con i vettovagliamenti che si portavano dietro e con il loro aiuto nell'approntare le difese.
Avrebbero anche dato una mano nei combattimenti se ce ne fosse stato bisogno.
Per accedere alla città, arrivando da nord, si incontrava un ponte, una grossa struttura in pietra, lascito dell'epoca antica che faceva da congiunzione tra una riva e l'altra di un piccolo fiume.
Non era mai stato possibile alterarlo perchè, malgrado esistessero ancora le conoscenze su come veniva costruita una simile struttura non esistevano materiali per demolirlo senza rischiare di provocare danni e poi visto che la città viveva in un periodo di pace relativa andava anche bene che rimanesse quel ponte a garantire gli accessi da nord.
Il ponte portava alla cosiddetta "Porta Nuova" una costruzione in muratura, costruita dopo la caduta, insieme ad altri lavori, per completare le mura cadute col tempo in disuso e che erano state ricostruite e restaurate.
I bastioni non erano altissimi ma decisamente imponenti.
Spessi molti metri facevano sì che una volta raggiunta la sommità i nemici si trovassero di fronte molte fila di difensori contro cui difficilmente potevano avere la meglio.
Entro le mura erano state preservate numerose aree di verde che potevano fungere da pascolo per gli animali che venivano introdotti in città o per campi in caso d'assedio.
Sebastian con il fratello il padre la madre e qualche animale condussero il carro con i loro poveri averi fino alla città sperando nell'ospitalità di qualche lontano parente che vi abitava.
Tuttavia appena arrivati entro le mura cittadine si resero conto fin da subito della vanità di quella loro speranza.
Tutti gli sffollati della campagna venivano ammucchiati in zone vuote della città, a ridosso dei quartieri popolari o delle mura, possibilmente quelle settentrionali, così che se il nemico avesse sfondato gli invasori avrebbero soddisfare l'orgia della propria sete di sangue sui più miseri e derelitti lasciando agli altri la possibilità di scappare da un altra delle porte cittadine.
Alcune pattuglie avevano ravvisato nell'esercito che avanzzava contro della città una multitudine di uomini variamente armati ma notevolmente superiori ai soldati della milizia.
Era stato deciso quindi di non rischiarli in uno scontro frontale ma di aspettare che i nemici assalissero le mura per ricacciarli lì.
I miliziani millantavano chissà quali abilità e vessavano più che mai i contadini che ora si trovavano entro il loro raggio d'azione, portando mlestie alle donne e ai giovincelli che girovagavano senza saper cosa fare per la città.
Passarono alcuni giorni prima che i vessilli neri raggiungessero le mura ma poi vi si abbatterono come una tempesta.
A differenza delle bande di predoni quella che si parava loro d'innanzi era tutt'altro che disorganizzata e aveva organi di comando già testati perchè le unità si muovevano con precisione e coordinazione mettendo fin da subito in difficoltà i difensori.
Le rovine della città vecchia che si estendevano all'esterno della città funsero da cava per i proiettili delle macchine da guerra degli assalitori, e da rifugio per gli stessi quando volevano riposarsi.
Ben presto gli unici viveri a disposizione degli assedianti furono quelli che erano all'interno della città perchè fu loro preclusa qualsiasi via che conducesse all'esterno.
L'acqua delkla falda era poca per una città ora così densamente affollata e l'unica altra fonte era il malsano rigagnolo era quello che scorreva fuori dalle mura da cui si poteva attingere a proprio rischio e pericolo.
Ben presto gli arroganti miliziani si resero conto che di fronte a loro stava gente ben più capace di loro di procurare la morte e decisamente interessati a farlo.
Arroganti e gradassi non volevano mettere a rischio la loro vita di angherie e sopprusi, bevute e gozzovigli e per evitare di morire mandarono avanti spesso armati di nulla i contadini che riempivano la città.
I massacri degli assalitori furono impietosi, non facevano differenza e ogni volta che si vedevano arrivare i miliziani nei quartieri poveri a caccia di carne da macello c'era un fuggi fuggi generale.
Giovani e vecchi, ragazzi e uomini già formati, per i miliziani era indifferente purchè sapessero reggere una qualche sorta di arma, il più delle volte i loro stessi attrezzi agricoli.
Un giorno fu mandato avanti anche il padre di Sebastian.
Il ragazzo segui con lo sguardo quell'uomo un tempo possente andarsene via piegato, smagrito dall'inedia e dall'inattività seguendo quelli che dovevano essere i suoi difensori ed ora erano i suoi boia.
Il ragazzo quando non vide più il padre, strattonò la presa flebile della madre e seguì i soldati di nascosto.
Li condussero alla porta nuova, dovevano tentare una sortita per cercare di respingere il nemico.
Li armarono con lance, li misero in una pseudo formazione a falange e poi li mandarono fuori.
Agnelli in pasto alle fiere.
Contadini abituati alla vita dura dei campi, armati della loro sola forza che usavano delle lance come fossero state zappe o forconi.
Lo scontro era fin dall'inizio senza speranza, solo un diversivo, un palliativo.
Improvvisamente nell'aria una nota argentea.
In lontananza senza che nessuno se ne fosse accorto si era sollevata una nube di polvere.
Per le strade della città antica si videro i nemici correre, scappare, iniziare una fuga disorganizzata che si trasformò presto in vera e propria rotta.
Dei contadini all'esterno non rimanevano che pochi uomini ma se n'era reso conto forse solo Sebastian.
Le porte furono aperte e dei miliziani uscirono a vedere cosa succedeva.
Dalle strade della vecchia città comparvero al galoppo dei cavalieri coperti da pesanti armature, all'inseguimento di quelli che avevano assediato la città.
Lungo la strada che conduceva al ponte avanzò al passo un manipolo, con bandiere e banda.
Un miliziano fu inviato ad avvisare i maggiorenti cittadini dell'evento.
All'imboccatura del ponte il manipolo si fermò.
Sebastian non riuscendo a trattenersi oltre corse verso i contadini che ancora stavano intontiti in mezzo al ponte senza capire cosa stesse succedendo.
Non vide il padre tra i vivi.
Non gli fu facile trovarlo nemmeno tra i cadaveri, il volto sfigurato da una feita mortale.
Gli si abbattè contro urlando tutta la sua disperazione.
Dietro di se non senti avanzare l'imponente soldato riversito dall'argentea armatura.
Non lo vide contemplare sgomento i contadini massacrati.
Non percepì la rabbia espressa da quel volto incorniciato da una lunga barba nera.
Senti a malapena gli ordini sbraitati.
I cavalieri entrarono al galoppo in città.
Il giorno dopo il Signore della città e il capo della milizia pendevano dalla porta nuova.

Wolf's legend Chapter one part two

Ieri sera proprio non ce l'ho fatta a continuare sia perchè ero stanco sia perchè non avevo ben in mente come proseguire adesso continuiamo la storia.
Qui c'è la seconda parte del capitolo uno, a breve spero di introdurre la terza, forse stasera o domattina.

THE CITY


La città si trovava ad alcuni kilometri da dove abitava Sebastian. Un tempo era stata una città grande e potente, importante in verità, con decine di migliaia di abitanti.
Era un vanto per chi vi risiedeva e le opere d'arte ne abbellivano piazze e strade.
Poi al crollo della società anche la città era regredita.
Prima i qurtieri esterni già nugolo della criminalità era stati abbandonati da forze dell'ordine che, prezzolate dai ricci cittadini avevano deciso di abbandonare il servio ad uno stato su cui nessuno scommeteva più a favore dei maggiorenti cittadini disposti a poagare i loro stipendi in cambio di sicurezza.
Era sorta una milizia locale formata dai membri degli ordini che una volta erano stati preposti alla difesa del cittadino dislocati sul territorio.
A loro si erano aggiunti, ben accolti, i membri di quei circoli di appasionati di combattimenti con armi tradizionali, che fossero arti marziali o scherma antica apportando quegli elementi che mancavano ai soldati da sempre abituati ad usare armi automatiche.
Ne era venuto fuori un ordine militare di non indifferente potenza ed arroganza.
Il ruolo dei padri ricadeva invariabilmente nei figli ed entrare nell'ordine era pressochè impossibile.
La forza militare, e l'esclusiva del potere di ordine pubblico faceva si che quest'organizzazione insieme all'oligarchia mercantile controllasse di fatto tutto in città.
I ceti ricchi della città, i vecchi liberi professionisti e commercianti avevano assunto il controllo assoluto della politica cittadina che malgrado mantenesse gli antichi nomi delle istituzioni democratiche ne aveva svuotato l'efficacia ed il senso in favore di un potere personale detenuto da poche decine di famiglie.
Queste avevano imposto di fatto che il nucleo importante della città fosse esclusivamente quello all'interno delle antiche mura. Il resto era stato abbandonato a se stesso con il risultato che di fatto la campagna aveva finito per avere istituzioni autonome ed indipendenti.
In teoria al crollo della civiltà le autorità che ancora erano in carica avevano promesso solennemente che avrebbero continuato ad assolvere le loro funzioni ma queste si erano dimostrate promesse vane.
Nessuno si era più interessato al circondario che aveva subito una caduta se possibile anche più repentina delle città.
Nei villaggi erano stati eletti capi locali e assoldati improbabili avventurieri che difendessero capre e galline dai predoni che scorrazzavano per i campi.
La corruzione regnava sovrana ovunque e giustizie ed agherie erano all'ordine del giorno.
Una delle poche istituzioni che aveva continuato stranamente a funzionare era stata l'università che in una città con una profonda ed antica vocazione aveva finito per continuare ad assolvere il suo compito.
Certo le facoltà si erano ridotte di numero ed erano frequentate da ben pochi studenti ma perlomeno sopravvivevano ancora e cosa ancora più importante continuavano in quel'indispensabile compito di tramando delle nozioni.
Era verso un luogo simile che Sebastian e la sua famiglia eano diretti in fuga da chi minacciava le campagne intorno alla città.

martedì 26 febbraio 2008

Future tale: Wolf's legend Chapter one part one

Provo ad iniziare un altro filone di racconti.
Si ricollega ad un raggonto che avevo già scritto e che se qualcuno è interessato ad andarsi a rileggersi si trova ancora da qualche parte nel blog.
Di questi racconti non ne ho che una vaga idea, e quindi potrebbe essere che li scriva più raramente rispetto a quelli che invece è l'altro filone presente nel blog.
Ma iniziamo tutto dall'inizio.

GENESIS

Il mondo era irrimediabilmente cambiato, non come avedvano impotizzato miriadi di scrittori di fantascienza o gli scienziati apocalittici che avevano previsto la fine del mondo attraveso cataclismi o infernali visioni.
La causa della fine del mondo sviluppato, o almeno come esso era inteso meno di cinquant'anni prima era stato l'uomo stesso, o per meglio dire, la sua fame di risorse, la sua necessità, per poter portare avanti lo stile di vita sempre più consumistico, di continuare ad estrarre nuove risorse e a sfruttarle incessantemente.
La velocità era aumentata vertiginosamente e al punto tale che anche quando gli scienziati avevano laniato un grido d'allarme non erano stati ascoltati fino ad un giorno tragico, circa settantacinque anni prima.
Le risorse erano finite, perlomeno quelle che erano nel sottosuolo alla portata dell'uomo.
Qualcuno aveva provato a riconvertire i sistemi cercando di sfruttare le energie rinnovabili, solare, eolica, idrica ma con scarsi risultati.
Qualcuno aveva provato a portare avanti guerre per il controllo degli ultimi giacimenti erano state aspere e sanguinarie, fino a che anche la benzina per i mezzi non era finita e le guerre avevano finito per essiccarsi da sole.
Poi era avvenuto un fatto strano.
Gli scienziati avevano parlato di un forte vento solare, qualcuno aveva parlato di un cortocircuito in un particolare satellite spia delle super potenze studiato per bloccare gli avversari.
Tant'era che l'energia elettrica era di fatto diventata inesistente e inutilizzabile.
Il mondo si era involuto.
Non essendoci più computer, telecomunicazioni a lunga o breve distanza tutto era tornato a svilupparsi come nei secoli precedenti.
C'erano state carestie, morti, mancanza endemica di cibo in una società che aveva dimenticato a come badare a se stessa senza l'ausilio della tecnologia.
Molte zone erano state abbandonate e le foreste erano tornate a occupare dei territori che iun tempo erano densamente popolati.
Alccune strutture che avevano funzionato da attrazione turistica avevano finito per tornare ai loro scopi originari, i castelli erano tornati ad essere centri per l'amministrazione del potere, in cui si erano insediati organismi più o meno democraticamente eletti a garanzia del mantenimento di una parvenza d'ordine in una società allo sbando.
Non c'erano state particolari violenze, ma era mancata una guida, era mancato un forte potere accentratore che desse un'ideale, che indicasse una via da seguire, che desse unità ad un mondo frammentato e disperso come quasi mai prima d'allora.
Antichi mestiri che erano stati tramandati solo da alcuni artigiani erano tornati importanti e c'era la fila per diventare apprendisti di questo o quel maestro artigiano.
Molti paesi erano scomparsi o si erano involuti fino a diventare piccoli assembramenti di case riparate in qualche modo da barriere costruite più o meno bene dipendentemente dal valore degli artigiani che vivevano in quei luoghi.
Il villaggio di Sebastian era in un certo quel modo fortunato.
Al suo interno vivevano ancora dei fabbri, dei mastri murari e dei carpentieri che avevano permesso che venissero costruite delle mura non maestose o cicolopiche ma che perlomeno garantivano agli abitanti di vivere in relativa sicurezza in caso di banditi nei dintorni o di bestie feroci, se queste erano spinte ad avventurarsi nelle campagne da un inverno particolarmente gelido.
Sebastian non abitva in paese, ma poco distante, lungo la strada maestra che portava alla città vicina.
Abitava in un piccolo agglomerato di case, qualche costruzione con una palizzata intorno, ma in caso di perciolo potevano rifugiarsi presso parenti ed amici del villaggio.
Il apdre era un contadino che era riuscito a mettere insieme qualche pezzo di terra e qualche animale.
Era un uomo colto, come molti della sua generazione, che ancora avevano potutt usufruire degli ultimi benefici dell'antica società, prima che crollasse.
Non sapeva immaginarsela, se non attraverso qualche vecchia fotografie e le rovine che ui e lì caratterizzavano il territorio.
Il mondo a Sebastian andava bene così, tranquillo e lento come sempre, con i ritmi dettati dalle stagioni, il tempo per stare a giocare con gli amici nei campi o nel vicino torrente, le pause estive in cui si aspettava che il grano divenisse maturo, con gli adulti che ti cercavano perchè c'era sempre qualche lavoro da fare.
Tutto sembrava scorrere perfetto, come il lento incedere del vicino fiume.
Fino al comparire dei vessilli scuri all'orizzonte.

Speaking

L'iniziativa di oggi è andata decisamente bene.

Per carità non siamo riusciti a battere lettere ma non è colpa nostra se la gente non riesce a considerare importante il proprio futuro.
Per carità la pubblicizzazione dell'evento poteva essere migliore ma non possiamo pretendere tutto dalla vita.
Perlomeno non ci sono state le contestazioni che temevamo, non mi riesce di credere che quelli del colletivo siano riusciti ad andare oltre la loro stupidità media ma perlomeno stavolta non hanno fatto casino.
Io devo aver detto un mare di cazzate e decisamente devo ringraziare Zeno e Mattia che mi hanno detto quello che non andava in quanto avevo preparato. Almeno quelle cazzate lì non le ho dette.
Vedermo ora cosa ci prepara il futuro.

lunedì 25 febbraio 2008

Fog

Una nebbia densa, impenetrabile, agli occhi come alla mente.

Non qualcosa di chiaro e definito, non qualcosa che potesse separare i diversi piani dell'esistenza.
Che fosse emozionale, mentale o corporale i sentimenti che mi suscitava erano gli stessi.
Io in uniforme di frotne alla nebbia.
Un chiostro di un abazia. L'antichità dai contorni indefiniti.
Un pozzo nel mezzo che si stagliava come un monumento alla vita all'interno di un mare di nulla.
La luce che, spandendosi e rinfrnagendosi nella nebbia semrava illuminare tutto il chiostro senza venire da un dove preciso.
E silenzio, un silenzio di quelli caldi, malgrado il freddo della notte invernale, un silenzio di quelli carichi di aspettative, uno di quei silenzi che in un film avrebbe preannunciato un qualche colpo di scena talemten forte da inchiodare lo spettatore alla poltrona.
Sarò rimasto lì forse due minuti, perso nella contepmplazione di non so bene io nemmeno cosa.
Sarò rimasto lì il tempo di un respiro, di un battito di ciglia, eppure mi è sembrato di essermi risvegliato dopo alcune ore.
Sopra, oltre la nebbia si vedeva la luna. Cosa strana, non riuscivo a vedere chiaramente a tre venti metri da me ma vedevo la luna, splendida e graziosa come un volto beffardo che fluttuava in un amasso di cotone.
Forse lì, come orlnado ho ritrovato la ragione perduta, ho ritrovasto la mia via.

Victory

Vittoria, finalmente anche il penultimo passo è superato, anche statistica economica si è aggiunta agli esami archiviati.
L'unico esame che mi mancava, l'unica pecca nel cammino che ancora si protraeva, l'unico esame tentato tre volte.
Adesso manca solo un esame. Mi sento come chi alla fine di una lunga notte vede sorgere finalmente di nuovo il sole.
Adesso mi aspetta un semestre molto leggero con l'ultimo esame, la tesi, qualche giorno di lavoro e semmai qualche altro impegno qui e lì tra l'associazione e gli scout.
Adesso mi sento più leggero, le cose sembrano tornare a girare e forse il nuovo giorno che si prospetta sarà senza la nebbia in cui abbiamo camminato fino ad oggi.

domenica 24 febbraio 2008

The Guardian of Cothique: Chapter Three

CAPITOLO I
LA NOTTE PRIMA DELL’ALBA.


Il tramonto era appena sceso sulle terre di Hoeth, e tutto il reame di Saphery si preparava ad una delle sue notti quiete e tranquille.
Quella sera una luna piena e splendente brillava sopra la natura benevola e benedetta dal potere dei maghi che governavano la regione, e nulla più di quell’idilliaco paesaggio baciato da Isha avrebbe potuto scontrarsi con la situazione interiore di uno degli abitanti della torre.
Dal suo terrazzo, ad uno degli ultimi piani della torre, Eldritch guardava il paesaggio esterno. Lì, alla sommità dell’alto pinnacolo, il freddo era pungente e malgrado nella pianura sottostante si soffocasse per la calura l’estate non sembrava essere arrivata fino a lì.
Le mani tremanti stringevano la balaustra al punto da far diventare bianche le nocche e gli occhi erano vuoti e persi nel vuoto.
La porta alle sue spalle si aprì e nella stanza entrò la persona che attendeva.

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La dama elfica era atterrita, davanti a lei si trovava il sire che fino ad un attimo prima la baciava con tanta intensità.
Improvvisamente era stato colpito da spasmi improvvisi ed aveva emesso un verso belluino che l’aveva lasciata tremante ed atterrita.
Ora il corpo di quel possente guerriero era riverso ai suoi piedi, tremante e distrutto, informe come se fosse stato spezzato dall’interno, con le guance bagnate da silenziose lacrime.

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Il corpo del mago fu scaraventato per l’ennesima volta verso l’esterno della torre e per l’ennesima volta fu essere respinto dalle barriere protettive magicamente erette per impedire che qualcuno commettesse un omicidio o un suicidio o lasciando inavvertitamente cadere qualcosa ferisse qualcuno di sotto.
Il corpo rimbalzò come se fosse stato scagliato contro un muro solido, e la sua fortuna fu che effettivamente non si scontrò con nulla se non con l’aria altrimenti l’impatto gli avrebbe spezzato la spina dorsale.
Il colpo contro il pavimento gli mozzò comunque il fiato.

“Maeeestrooo…- sbiascicò a fatica -perché questo?”

“Tu sciagurà! –urlava l’altro elfo con gli occhi spiritati fuori dalle orbite-Tu maledetto *******o nato da un’arpia! Tu lurido animale! Tu progenie del Caos!! Se non fosse per te mio fratello sarebbe vivo!! Se non fosse andato a studiare nella tua terra, se non avesse deciso di provare a difenderla, ORA SAREBBE VIVO!! Che tu sia maledetto!! –e mentre diceva questo risollevò il corpo dell’allievo e lo riscaraventò contro la parete d’aria che si ergeva sopra il parapetto – Che sia maledetta tutta la tua genie!! Che sia maledetta tutta la tua terra!!”
Eldritch stanco per lo sforzo provocatogli dall’eccessivo uso della magia (alla fine era oltre due ore che maltrattava Hallar) si fermò e rilasciò i venti della magia.

“Ora alzati, prepara il mio bagaglio ed il tuo, prendi questo ordine e portalo giù al comandante della mia scorta e digli di mettersi subito in marcia.”

“Ma coff coff dove andiamo coff maestro?” chiese Hallar ancora a terra tossendo sangue sul pavimento.
“A caccia di vendetta, e di una buona ragione per non ucciderti ora”
Rispose atono l’arcimago.

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L’elfo si alzò. Era consapevole che la sua compagna se n’era andata oramai da diverso tempo.
Lo spirito del fratello l’aveva attraversato come una scossa elettrica lungo tutto il corpo.
Aveva rivissuto tutte le sue ultime ore. Fino alla morte.
Era stato orrendo assistere alla morte. Ma pur essendo stato distrutto dal dolore dovette ringraziare la visione che aveva avuto.
Sapeva chi aveva ucciso suo fratello.
Sapeva presso chi avrebbe preteso la sua vendetta.

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Il vento d’alta quota rendeva il volo notturno di per sé già difficile quasi impossibile, ma le aquile ubbidienti ai voleri dei loro compagni sfrecciavano nel vento cercando di mantenere la rotta e di dare quante meno scosse possibili ai cavalieri.
Hallar dalla groppa della sua poteva intravedere il suo maestro poco più avanti. Malgrado la difficoltà gli sembrava fosse accovacciato su se stesso e che stesse piangendo.

Past path

Ci sono delle volte che ci ritroviamo a non capire dove siamo, come siamo arrivati fino a quel determinato punto, e perchè avevamo intrapreso la strada che ci ha portato fino a lì.
Spesso anche se fossimo capaci di individuare la strada che abbiamo percorso, quella che su cui ancora stiamo camminando, non sono certo ci sarebbe possibile, in caso di un percorso che non ci piace, tornare in dietro, al bivio precedente in modo da ricominciare da lì, tagliando fuori dal nostro percorso, o almeno così vorremmo credere sia possibile, quel pezzo di strada che non ci è piaciuto.
Capita di aver l'idea di aver intrapreso un percorso, di avere l'impressione di aver camminato tanto, tantissimo, salvo poi rendersi conto, una olta che ci si volta indietro, che in realtà di strada non ne abbiamo percorsa poi molta.
Capita che qualcuno, insoddisfatto edlla propria via, decida di prendere, uscire da un sentiero sicuro e tracciato, o dalla traccia che stava seguendo per dirigersi verso l'ignoto, deviando verso le lande desolate, una brughiera infinità di possibilità.
Qualcuno in questa brughiera trova anche una nuova strada, altri semplicemente si perdono nelle brume della vita.

venerdì 22 febbraio 2008

Leader

Il "Lìder Maxìmo" lascia.
Una notizia vecchia di alcuni giorni, ma certe vlte mi serve del tempo per pensarci su.
Non sono convinto, non sono convinto che ciò sia vero, perchè non sono convinto che ciò porterà a dei cambiamenti.
Potrebbe essere solo uno strumento un mezzo, per cercare di dimostrare che le cose stanno cambiando senza che siano di fatto cambiate per nulla.
Le contenstazioni degli studenti, di un ramo giovane dello stesso partito comunista cubano potrebbero aver indotto i vertici del partito a considerare la possibilità di dare un "importante" segnale di cambiamento senza che di fatto cambi la Nomenklatura importante o senza che cambi la linea politica del regime.




«Comunico che non cercherò né accetterò - ripeto - non cercherò né accetterò, l’incarico di Presidente del Consiglio di Stato e Comandante in capo».




Il Lìder non ha detto che cambierà qualcosa che cuba verrà dirottata verso un nuovo mondo, questa è una speranza occidentale forse nemmeno troppo salutare ai cubani.
Se la scelta è tra un sistema che ti garantisce molto a uno che non ti garantisce nulla (come negi vicini e ingombranti Usa) non sarei così deciso su cosa scegliere.
Certo a Cuba mancano libertà fondamentali, ma molta gente nella sua vita di tutti i giorni, anche in Italia non si renderebbe conto di ciò.
Ci si impara a convivere forse, o forse muore il coraggio di combattere queste mancanze di libertà, forse semplicemente le si considera un prezzo giusto, equo per i diritti garantiti.
Vedremo come si evolverà il mondo, un pò come Mafalda che seriosa chiede al mondo come andrà.

Are we as young as stupid?

De Mita ha detto che Veltroni dovrebbe scegliere le persone in base non all'intelligenza e non all'età.
Oltre a denotare una sorprendente dose di superbia e di arroganza da parte di quest'uomo che ovviamente si sente di avere un'itelligenza a tal punto fuori dal comune da risultare indispensabile per il Pd apre anche alcuni altri interessanti aspetti sulle condizioni che un tale uomo politico italiano opuò avere.
Sappiamo di essere un paese gerontocratico, in cui si procede solo per anzianità e non per meritocrazia, e forse abbiamo finito, o qualcuno ha finito per confondere, questi due aspetti.
Ci ritroviamo con una classe politica a dir poco vecchia, con alcuni monumenti viventi alla resistenza ancora in parlamento, che sono arrivati al punto ad considerarsi indispensabili per la politica Italiana.
Certo è che nell'ultima legislatura con il ruolo avuto dai senatori a vita questo ruolo non è certo apparso più limitato, anzi...
Se vediamo gli altri paesi è possibile notare che, ad una più giovane classe politica (rispetto alla nostra) si associa un'economia che corre di più, un modo di risolvere i problemi che li risolve e probabilmente anche una maggiore dialettica politica.
Facce e menti nuove, non bloccate dal solito modo di fare possono in un certo qual modo liberarci di questa politica malata.
Far affacciare al panorama politico nazionale e internazionale gente che non è ancora arrivata agli anta potrebbe dar nuova linfa vitale.
Ciò non è possibile in parlamente ma è giusto così, perchè una guida più matura, maggiormente legata all'esperienza ci vuole.
Ma non si può affidare il destino nel paese solo nelle mani di coloro i queli il loro tempo l'hanno già vissuto, che le loro occasioni le hanno avute e che potrebbero capire che non è la loro la vita che verrà influenzata dalle decisioni che prenderanno.
Buona aprte delle decisioni di carattere politico necessitano di un determinato numero di anni per funzionare se a prenderle è qualcuno che in quella data potrebbe essere morto magari non ci pensa troppo alle conseguenze cosa che invece farà chi con quelle conseguenze ci dovrà convivere.
Poi se la decisione è tra intelligenti e giovani vuol dire che i giovani non sono intelligenti o che gli intelligenti non son giovani.
Certo questa non è una bella considerazione da parte di uno che prende decisioni anche per me che ho 22 anni.
Onorevole magari il mio foto così se l'è giocato sa?

giovedì 21 febbraio 2008

Alone

Dallo stesso quadernino da cui ho tratto lo scritto immediatamente precedente a questo.
Sono pensieri o tentativi che risalgono ad un paio d'anni fa, non ricordo più nemmeno perchè li avevo scritti.

Guido: ...ma allora perchè lo fate? Perchè vi mettete insieme? tra di voi non c'è nulla, non c'è sentimento, quando state insieme a malapena vi notate!!

Marta:E' per non essere soli, per non sentire la solitdune...

Il silenzio, non quello a cui diamo normalmente questo nome, non il silenzio che si percepisce con le orecchie, ma quello ben più gravoso, quello del cuore.
La penombra avvolge la stanza, la piccola lamapda proietta il suo cono di luce sul libro o poco più in là.
Mezzanotte è passata da poco, quasi senza farsi sentire, il tepore del sonno mi avvolge, le palpebre sono pesanti e tendono a chiudersi ma il compito di domani è più importante.
Mi massaggio le tempie.
Solo, solo, gli altri sono già andati a dormire.
Il silenzio mi avvolge, ho spento anche il lettore.
Il silenzio solitamente portatore, così gradito, di reuie e tranquillità stasera invece mi innervosisce.
Forse sarà stata la giornata particolare, caratterizzata dall'impossibilità di parlare con nessuno, spinti dall'orgoglio montato da uno stupido litigio.
Ormai sarebbe tardi anche per riparare al toprto, gli altri saranno già a letto, avranno studiato prima senza prendersi all'ultimo momento per ripassare, o al massimo anche loro saranno ancora sui libri.
Nella mia condizione di stronzo e asociale cronico al momento non ho una ragazza, e i pochi amici forse me li sono giocati oggi, e con mio fratello o i parenti vari esiste un baratro sempre difficile da oltrepassare, troppo distanti per tentare un approccio che porti alla comunicazione.
La stanza silenziosa comincia ad emettere uno stridente e fastidioso urlo afono.
Il cuore oppresso sembra improvvisamente rallentare i battiti, la camicia sembra strangolarmi malgrado per tutto il giorno mi sia lamentato per il collo largo che faceva entrare il freddo giù per la schiena.
Lo spazio si dilata all'infinito, le pareti non sembrano più esistere tutto sembra diventare bianco, luminoso con un senso pervadente di vuoto e privazione che scaturisce dall'interno.
Il moviemtno degli arti intorno al corpo non mi fa incontrare nessun'oggetto.
Il vuoto, il vuoto del silenzio, il vuoto che mi circonda, il vuoto nel cuore, il vuoto nella testa.
Non è però un vuoto di pace, in cui non esistendo più nulla c'è solo la possibilità del riposo, no, è un vuoto nervoso che non concede pace, un vuoto che non permette di espandersi e volare ma che opprime ed angoscia impedendo di vivere.
E' un vuoto che immediatamente spinge al pianto.
E' un vuoto che immotivatamente spinge al pianto.
E' un vuoto afono che lascia atoni a guardarlo cercando di capacitarsi di come ne sia possibile l'esistenza.
Il sonno mi assale, ristoratore, liberandomi da quest'angoscia.
Arriva un altro vuoto, un vuoto carico solo di delicatezza e dolcezza che scaccerà via la stanchezza e l'oscura forza che mi opprime.
Un niente chiarificatore che porta pace in un profumo di morte.

Morning in Padua, raining

Per chi conosce la città di Padova, per chi la ama incondizionatamente perchè, malgrado tutto è pur sempre la tua città, non è difficile immaginare, o addirittura più semplicemten pensare a questa città nei suoi momenti di magia.
Quella che segue era una sequenza di pensiero che avevo buttato giù un paio d'anni fa, adesso provo a traschiverla dai fogli su cui l'avevo raccolta cercando di dargli un senso, cercando di riscriverla come la scriverei adesso, cercando tutta via di trasmettere lo spirito di quei giorni.

Il ticchettio della pioggia sui vetri, il ritmato piangere del cielo.
Una velata, incomprensibile tristezza avvolge inpiegabile il cuore.
Malgrado siano solo le cinque del pomeriggio sono a letto sotto il piumone, in casa, da solo.
Fa freddo ma francamento non me ne frega un cazzo del perchè non sia partito il riscaldamento.
Una luce grigio azzurra entra nella stanza, dando a tutto ciò che la compone un'idea di staticità, d'immobilità, un idea che ben rappresenta la giornata che c'è fuori.
Il letto addossato alla parete permette di guardare la finestra dove il dolce tamburellare delle gocce sul vetro accompagna la loro discesa verso il balcone.
Sotto la finestra la scrivania, le pile dei libri ancora da riordinare, fogli, un vaso di vetro di murano comprato un anno fa, con i suoi tristissimi fiori finti all'interno. Una foto di lei.
Cazzo qui tutto fa pensare a lei.
Pure il vaso, comprato insieme un'estate durante una gita a venezia. I fiori sono finti perchè senza cvhe lei spinga a metterli di vivi, quelli finti son più comodi, anche perchè il vaso vuoto fa veramente cagare.
Lei, Claudia, conosciuta, che ironia, in una giornata di pioggia, proprio come questa, più o meno in questo steso periodo due anni fa.
Camminavo per il centro, la mattina di una giornata libera dalle lezioni, niente in particolare da fare, perso nella bellezza di girare per le vie, toccati solo dalla pioggerellina che cadeva mentre si passava da un portico all'altro.
Le pozzanghere innondavano quelle zone dove i san pietrini erano più bassi.
Era bello, passeggiare con i propri pensieri e nient'altro. Tanto che non faceva nemmeno troppo freddo, si poteva rimanere un un cappotto normale, senza bisogno dei più ingombranti piumoni che sarebbero diventati necessari pochi giorni dopo quando l'inverno avrebbe cominciato a mordere la carne e le ossa se solo provavi ad indossare qualcosa di più leggero.
Si camminava con lo sguardo fisso per terra, sollevandolo solo occasionalmente, per vedere ciò che ti stava attorno, piazza della frutta con solo qualche frettoloso passante, piazza delle erbe con i banchetti del menrcato tristi e abbandonati in una giornata di pioggia, e poi i portici che conducevano fino alla feltrinelli.
I pochi passanti che c'erano per strada sembravano afflitti dall'impellente necessità di correre a rintanarsi dentro un negozio od un bar, magari quello in fondo a via Manin, dove facevano ancora la torrefazione dei chicci di caffé in negozio.
Sembravano come quegli animali che sentendo il freddo alla porte si agitano e cominciano a correre quasi a dover sistemare le ultime cose prima del letargo per non lasciare nulla in sospeso.
Gli unici avventori fissi a gurdare ora la piazza dello spritz eravamo io e un cane, forse randagio forse scappato a qualcuno, che si era messo a bere l'acqua da una pozzangherà.
Non sembrava ci fossero nemmeno i piccioni che solitamente infestavano la piazza.
Ero lì perso a guardare la piazza, senza nemmeno una precisa concezione del tempo. Stavo andando da feltrinelli giusto per vedere di trovare qualche libro interessante che mi aiutasse ad occupare il tempo, ma era lo stesso stare li a guardare la pioggia che cadeva.
Mi girai, senza sapere perchè, non c'era aualcosa che non andasse nella quieta perfezione di quel momento. Quel paesaggio con la sua statica monotonia era qualcosa di perfetto, eterno ed istantaneo.qualcosa mi portò a girarmi e improvvisamente la vidi, che avanzava, avvolta in una legera giacca rossa e si avvicinava camminando verso di me e...
Si era rotto qualcosa quella volta, si era rotto qualcosa nella quieta perfezione della piazza e della sua monotonia. Nella perfezione della staticità dei grigi di una giornata autunnale.
Si era rotta allora come si era rotta adesso, si era rotta in definitiva una magia.
Mi rendo conto che piango, lacrime fredde, che scebdono giù solcando dolcemente, dolorosamente, lentamente il viso.
Fa freddo, non solo in casa, mi giro nel letto, mi inganno cercando di credere, cercando di autoconvincermi che la pesantezza che mi opprime il petto sia il piumino che anche adesso mi concilia il sonno.