venerdì 31 agosto 2007

WOLF

Quello che segue è un “breve” racconto, di epr se slegato dagli altri ragionamenti del forum o da quel poco che racconto di me.
Se volete leggetelo, altrimenti saltatelo pure, è solamente una cosa che volevo scrivere per dargli una forma definitiva e non solamente immaginaria.


Il cielo era nero sulla torre.
Lui era lì che scrutava i dintorni come un lupo fa da una collina.
La mattina era sorta da poco, ma era come se non fosse mai sorta a causa del buoio delle nubi cariche di pioggi che avvolgevano quel triste angolo di mondo.
Il tempo giusto epr gli eventi che si stavano compiendo, per l’olocausto che vedeva la vittima oramai vicina all’altare.
Tuttavia la vittima non aveva intenzione di ritrovarsi sgozzata senza combattere, senza che anche il carnefice versasse il proprio sangue.
Le bandiere nere, un tempo gloria dell’impero ora sventolavano contro di esso in una cupa mattina in sui tutto stava per finire.
Era stata una vita di servio, si sforzi e sacrifici, una vita di ciccatrici e sangue donato a quel Signore che ora bussava alla sua porta con mani guantate di ferro.
I fiori che adornavano il suo vessillo ancora garrivano orgogliosamente al vento, ma chissà per quanto sarebbe stato così.
Attirato nella capitale con un tranello era stato ad un passo dalla cattura, sfuggito per miracolo a tradimenti agguati e congiure, all’ingratitudine di quello a cui eaveva donato almeno trentacinque anni della sua vita.
Dopo la fuga era tornato su quel picco sperando di poter sopravvivere in qualche modo.
Sperava che la vendetta di quello che era statoil suo signore si abbattesse solo su di lui e sui pochi che si trovavano con lui sul picco ma così non era stato.
Avea saputo da fuori attraverso i radi messaggi che erano arrivati che ovunque le sue truppe erano state assalite dalle truppe imperiali e ricacciate dalle posizioni che occupavano, i suoi comandanti erano stati esautorati quando non avevano prestato giuramento direttamente all’imperatore e quelli che si erano opposti erano stati assssinatia tradimento.
Si diceva che anche suo fratello fosse morto per mano di vili pugnali.
Non c’era più speranza, eppure doveva continuare a lottare. Sapeva che per nesuno di loro ci sarebbe stata speranza, anche epr sua moglie, e per le altre donne e bambini presenti nel castello.
Aveva provato a farle evaquare ma nessuna di loro aveva voluto abbandonare il marito e alcune erano morte di fianco a quello che per una vita, fose stata lunga un mese o oltre cinquanta anni, era stato il loro compagno.
In questo momento ringraziava il cielo di non avergli dato figli, come aveva invece pregato per anni. Almeno adesso non avrebbe dovuto temere anche per loro.
Con l’omicidio di suo fratello il destino della casata era segnato.
Scese dal torione diretto alle sale in cui ancora si asserragliavano i suoi uomini.
Erano tutti veterani temprati, c’era chi aveva i capelli bianchi e chi invece aveva ruche in facica che gli erano state procurate non dal tempo ma dalle lame di altri uomini.
Il portone del torione era stato infranto all’alba dopo che per due giorni si era riusciti a respingere gli assalti ad esso.
I combattimenti oramai erano sala per sala, gradino dopo gradini cedendo al nemico ogni passo ad un costo elevatissimo.
Tuttavia all’esterno le armature dorate degli imperiali sembravano essere infinite mentre all’interno le armature argento e nere dei suoi cavalieri diventavano spaventosamente sempre meno.
Ogni uomo caduto era una perdita incalcolabile, un amico, un fratello che se ne andava e che non sarebbe mai potuto essere rimpiazzato.
L’armatura era ammaccata, aggiustata alla vbell’e meglio.
In più punti il sangue rappreso, fuoriscito dalle ferite ricevute i giorni precedenti, macchiava il colore le vesti del comandante.
Il mantello pesante in lana e pelle di lupo gli ricadeva sulle spalle per proteggerlo dal freddo che entrava dalle finestre distrutte e dalle brecce aperte dalle armi degli assedianti.
Oramai era solo questione di minuti, i combattimenti nelle sale inferiori dove gruppi isolati di difensori si erano asseragliati diventavano via via più fiochi.
Il nemico stava salendo e presto avrebbe fatto irruzione nella stanza. Si calò l’elmo sulla fronte stempiata.
TUM, un primo colpo dell’ariete sul portone della cappella
TUM, le donne eranos tate fatte spostare dietro l’altare metnr gli uomini erano disposti in un esile muro di scudi.
TUM i ragazzini che sapevano imbracciare un arco stavano dietro con le poche freccie rimaste.
TUM il comandante sull’altare con le bandiere ed i pochi ufficiali rimastigli a mostrarsi perfettametne in attesa di chi reclamava la sua testa.
TUM il portone si aprì ed una marea dorata si riverò all’interno e…

Non si ricordava mai nulla nelle battaglie, era una vita che ci ci era immerso prima contro la sua volontà, poi dall’abitudine.
Non era più nemmeno una questione di sentimenti, ma una metodica routine, un mestiere per cui si era abituato da tutta una vita, ed ora a cinquant’anni nulla lo sorprendeva più.
Poi d’improvviso tutto cambiò…

…il suo nome, urlato da una voce carica d’angoscia, si girò appena in tempo per vedere una spada che era diretta dal basso verso di lui pronto a trafiggerlo nel ventre quando all’improvviso una sagoma vestita d’azzurro si frappose. Nona veva bisogno di vedere quel volto.
Quei capelli rossicci spruzzati d’argento li conosceva bene.
Li aveva accarezzati mille volte, innamorandosi del profumo che emanavano.
Si era innamorato giovane di quei ricci che poi l’avevano accompagnato per tutta una vita.

Senza pensarci tirò un fendente all’asaslitore con una ferocia mai trovata prima e prima che quello giacesse immoto a terra già lui abbracciava sua moglie.
Ebbe appena il tempo di vedere i suoi occhi velarsi di lacrime e di gioia vedendolo vivo. Poi persero la luce che lui tanto aveva amato.

Chiamo il nome di lei, urlò il suo nome con attorno i suoi uomini che avevano fatto scudo.
Le loro donne erano state uccise insieme a diversi dei ragazzi da dei soldati che avevano fatto breccia nel muro di scudi.

Pieni di furia omicida quei soldati si alzarono e come se non sentissero più ferite, freddo e dolore si diressero verso la porta.
Per quei lupi, per quei cacciatori di fronte a cui i nemici scappavano come cervi i soldatini che si trovarono davanti non erano altro che bamboline da divelgere.
Senza più avere dele persone da proteggere, senza più dover giocare sulla divensiva, senza avere nulal da perdere e pieni solo del loro dolore caricarono,.
Caricarono malgrado il sonno.
Caricarono malgrado la fame.
Carcarono malgrado gli stenti.
Caricarono malgraddo le ferite.

Ogni colpo era una fonte di riposo nelle membra.
Ogni goccia di sangue era cibo per quelle belve
Ogni nemico che cadiva era una ricompensa.
Ogni fendente nuova energia.
Scesero, scesero scesero, nulla poteva ostacolarli.
Sempre meno con qualcuno che di volta in volta non ce la faceva sopraffatto dalle ferite che già avrebbero dovuto ucciderlo prima.
D’improvviso lo videro.
In un armatura finemente cesellata l’imperatore. Arrivava per godersi il suo trionfo.
Per vedere gli occhi di quel generale agonizzante di cui sempre stati invidioso.
Ma gli occhi che incrociò non erano carichi di timore e di richiesta di petà. Quello che scorse fu Odio.
Come un branco di lupi in caccia il camandante si lanciò sull’imperatore e prima che questo potesse dire niente già la spada penetrava l’armatura.
Lo spettacolo che l’imperatore si era prefigurato era avvenuto. A parti invertite.
Cadde il piccolo uomo, cadde e con lui la sua armatura fatta certametne per tutto tranne che epr combattere.
Il comandate tuttavia si era spinto troppo oltre.
Circondato, prima che i suoi arrivassro fu raggiunto da diverse lame.
Cadde a terra, cadde in ginoccio e pensò di essere già morto sentendo quelli che erano i corni di guerra del suo esercito suonare al sorgere del sole nell’ombrosa amttina che finalmente si diradava all’esterno.
L’elmo gli cadde. Si ritrovò a guardare la vetrata dalla quale entrava la luce.
Il sole infine era sorto e con se aveva portato i suoi cavalieri.
Erano stati attaccati in tutto l’impero, ricacciati, ma mai sonfitti.
Avevano ceduto il passo solo per prendere lo slancio e travolgere i traditori.
Avevano travolto le armate imperiali e come una nera nube erano corse in aiuto del loro comandante travolgendo tutto ciò che di dorato si metteva in mezzo tra loro ed il loro signore.
Il guerriero senti mani amiche che dolcemente lo rimettevano in una posizione naturale.
Vide i suoi soldati che non combattevano più. Non si erano arresi. Avevano vinto, il nemico battuto era fuggito incalzato dalla cavalleria del suo esercito che finalmente arrivava.
Disteso vide le sue bandiere, i sui simboli, i suoi valori che ancor a erano salve.
Mentre gli occhi gli si velavano di lacrime e di un ombra scura vide entrare un uomo, che gli somigliava, più magro e anche di poco più giovane.
Vide suo fratello, vivo che entrava e si inginocchiava piangente al suo finacò.
Gli strinse per l’ultima volta la mano, come aveva fatto per dispetto da piccolo, ma non c’era più odio in quel gesto. Era suo fratello era un ricordo di una vita passata a combattere insieme.
Senti infine che gli veniva posta sul capo una corona.
La corona di quell’imperatore che l’aveva tradito.
Infine fu issato ma dove lo portarono non lo seppe mai perché infine la mano si schiuse e la sua anima partì slacciandosi dal corpo.

1 commento:

Anonimo ha detto...

L'ho letto stasera e l'avrei voluto commentare... perdona se non metto un pensiero d'effetto ma sono un pò in pena per quello che è accaduto ad una mia amica..

Comunque interessante, se non sbaglio la morte infine sopravviene, nello schiocco che divide anima dal corpo? E però al tempo stesso c'è pura pace.

Francesco